| cubaycuba.net / Storia e personalità / Storia / Storia di Cuba - Capitolo II |
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Nel 1514 venne fondata nella parte occidentale dell'isola
la cittadina di San Cristóbal, in seguito rinominata La
Habana. Fin da subito incominciarono ad essere introdotti i primi
schiavi africani, per sostituire la manodopera degli indigeni, decimati
dalla cieca violenza degli invasori spagnoli, dalle miserrime condizioni
di vita e dalle malattie. Nel giro di quarant'anni la popolazione dei
nativi dell'isola scese da circa centomila persone a poco più di
cinquemila, mentre gli spagnoli continuavano ad affluire senza tregua. |
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Agli inizi del XVII secolo Cuba si trasformò nel centro
vitale della comunicazione tra Europa ed America e l'importanza dell'Avana
aumentò a dismisura. Per difendersi dal dominio inglese sui mari
(soprattutto dopo la sconfitta dell'Armada Invencible nel 1588)
si organizzò un sistema di navigazione, che prevedeva la scorta
armata di tutte le imbarcazioni che solcavano l'Oceano Atlantico, che
contribuì indubbiamente al costante progresso materiale dell'isola,
mentre quest'ultima veniva circondata da colonie inglesi, francesi ed
olandesi. |
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L'amministrazione dei Borboni si caratterizzò fin da
subito per una maggior centralizzazione (diminuirono infatti i poteri
lasciati agli ayuntamientos dell'isola e ancor più di prima
tutto dipendeva dalla capitale) e per il controllo di ogni attività
economica sotto la Real Compañía. |
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Con l'inizio dell'Ottocento incominciarono nell'isola attività politiche fino ad allora sconosciute, quali cospirazioni ed insurrezioni (come quella che vide protagonista lo schiavo José Antonio Aponte), tentativi di annettere l'isola agli Stati Uniti e diatribe elettorali accese tra le diverse componenti della società cubana, dai peninsulares, favorevoli alla continuazione del regime coloniale, ai creoli che chiedevano un regime liberale. Negli stessi anni incominciarono le prime pretese da parte degli Stati Uniti, che vedevano il possesso di Cuba come assolutamente funzionale alla propria sicurezza: da Thomas Jefferson in poi, tutti i Presidenti ribadirono tale concetto. Cuba rimase estranea al processo di emancipazione che portò all'indipendenza le colonie spagnole e portoghesi in America Latina ed anzi dopo il 1823 fu ristabilito il regime assolutista, che era stato accantonato dalla Costituzione di Cadice del 1812. Proprio nel 1823 il Presidente James Monroe esprimeva a chiare lettere il disegno egemonico statunitense: gli Stati Uniti avrebbero visto come un oltraggio ogni futura ingerenza europea in America. Nel 1836, in seguito al duro scontro tra il Governatore dell'isola Miguel Tacón e gli intellettuali più ostili al malgoverno spagnolo, tra cui spiccarono José Antonio Saco e José de la Luz y Caballero, Cuba venne privata addirittura della rappresentanza alle Cortes, il Parlamento metropolitano, che accoglieva anche delegati delle colonie d'oltreoceano. La tratta degli schiavi si fece sempre più intensa e crudele, mentre le libertà politiche e civili riservate ai cubani erano sempre più ristrette e convenzionali. Nel 1843, quando sull'isola erano presenti più schiavi neri che spagnoli, scoppiò una nuova devastante sollevazione, che venne repressa nel sangue. Le autorità compresero quindi la necessità di regolamentare il commercio di schiavi e di porre fine gradualmente al lavoro coatto nelle piantagioni. |
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La bandiera del Club de la Habana
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Nel 1847 venne fondato il Club de La Habana, un'associazione segreta contraria alla dominazione spagnola, alle cui riunioni partecipavano piccoli proprietari terrieri, professionisti ed intellettuali. Una crisi economica, infatti, investì l'economia cubana e ai più sembrò che il governo coloniale non fosse in grado di affrontare la situazione. Vennero raccolti fondi per favorire l'annessione dell'isola agli Stati Uniti, con l'aiuto dei soldati dell'esercito dell'Unione che avevano combattuto contro il Messico e per realizzare la stampa di un giornale clandestino a New York, che doveva influire sui potenti gruppi di pressione favorevoli all'annessione di Cuba. Tre erano fondamentalmente i motivi addotti dagli annessionisti: in primo luogo, il sistema politico statunitense era molto meno arbitrario di quello imposto dalla Spagna sull'isola, che imponeva ai piantatori creoli l'acquisto annuale di determinati prodotti europei, e avrebbe consentito l'introduzione, l'utilizzo e lo sviluppo delle tecnologie più moderne. In secondo luogo, la schiavitù sarebbe potuta continuare senza l'intromissione della Gran Bretagna e senza correre il pericolo di una rivoluzione guidata dagli schiavi neri, come quella che aveva sconvolto all'inizio del secolo la vicina Haiti. Infine, i prodotti cubani (zucchero e caffè soprattutto) avrebbero potuto entrare liberamente nell'Unione, senza sottostare alle elevate tariffe protezioniste, che favorivano la nascente economia statunitense. Nel 1851 il militare venezuelano Narciso López (reo di aver tentato di invadere con poco più di quattrocento uomini Cuba per annetterla agli Stati Uniti) venne giustiziato. |
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L'attuale bandiera cubana |
Fu in quest'occasione che sventolò per la prima volta a Cuba l'attuale bandiera nazionale, da allora simbolo dell'indipendenza politica. Il richiamo alla bandiera degli Stati Uniti era evidente: la stella solitaria rappresentava un nuovo Stato che voleva entrare a far parte dell'Unione. Finì così mestamente il periodo dell'annessionismo. Comunque, se Cuba politicamente rimaneva una colonia spagnola, la sua economia gravitava ormai da anni (fin dai tempi delle guerre napoleoniche, quando le potenze europee erano occupate su altri terreni) attorno al mercato statunitense. Nel 1857, scoppiò una tremenda crisi economica, dovuta in gran parte alla contrazione del mercato europeo, che durò senza interruzioni per un decennio. Questo si sommò alla crisi strutturale del sistema schiavista, dovuta alle innovazioni tecnologiche, che richiedevano molta meno manodopera nelle coltivazioni di zucchero e tabacco, e alla parallela nascita di un proletariato urbano. Tutto ciò provocò la rovina economica e la fine del potentato politico della classe dei proprietari terrieri. Questi ultimi si divisero in due gruppi rigidamente contrapposti: gli ancora potenti azucareros dell'occidente dell'isola, che rimasero fedeli alla monarchia spagnola, e quelli del resto dell'isola sempre più in difficoltà, che non godevano delle innovazioni tecnologiche e che furono i primi ad essere penalizzati dalla diminuzione della domanda mondiale di zucchero. Questa cesura sarà una delle cause dello scoppio della guerra dieci anni più tardi. I tentativi di arginare la crisi furono del tutto vani e così la classe media e la piccola borghesia cittadina vennero inesorabilmente spinte verso il basso, verso la maggioranza della popolazione, che nel cambiamento non avrebbe avuto nulla da perdere. |
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Ammainata per il momento la sgualcita bandiera annessionista, sulla scena politica apparve il riformismo, che fu la seconda grande risposta che a Cuba si diede allo scottante problema del rapporto con la Spagna. Il riformismo chiedeva, sempre nel quadro della dominazione spagnola, che fossero introdotti miglioramenti nella gestione politica dell'isola, la cui difficile situazione era aggravata dalla pesante crisi economica. Il programma riformista prevedeva una revisione della politica tariffaria, la fine della tratta degli schiavi e, soprattutto la rappresentazione di delegati cubani alle Cortes. Esso si scontrò, da una parte con le minoritarie tendenze separatiste, che chiedevano la completa indipendenza dell'isola, e dall'altra con la classe dirigente, dipendente dalla volontà della corona spagnola, che seguiva imperterrita il dogma della integridad nacional. Negli stessi mesi scoppiò la terza crisi economica degli ultimi vent'anni, cui le autorità coloniali risposero semplicemente aumentando dal sei al dodici per cento le imposte sui beni immobili, sul reddito e sulle transazioni commerciali. Così, se la crisi del 1847 contribuì a fomentare le tesi annessioniste, poiché molti proprietari terrieri avevano ritenuto più vantaggioso entrare nel florido mercato statunitense, piuttosto che rimanere ancorati alla decadente economia spagnola; se la crisi del 1857 aveva favorito lo sviluppo del riformismo, considerato l'unica via praticabile per ottenere concessioni, seppur limitate, dal governo di Madrid; nel 1866 le difficoltà economiche, soprattutto nella parte orientale dell'isola, spinsero molti nelle file di chi chiedeva l'indipendenza, da ottenere con un'insurrezione armata. Dopo il fallimento sia dell'annessionismo, sia del riformismo, si sperimentò una nuova possibilità: lo scontro armato con le autorità spagnole, favorito anche dalle mutate condizioni internazionali. Le potenze europee sembravano, infatti, più deboli in America, mentre gli Stati Uniti erano impegnati nella ricostruzione, dopo la sanguinosa guerra civile. Il 10 ottobre 1868, Carlos Manuel de Céspedes si sollevò al grido di "¡Viva Cuba Libre!", contro il dominio coloniale e, ammettendo tra le sue truppe anche schiavi liberati, si alzò in armi, con solo trentasette uomini, nella propria tenuta de La Demajagua, in prossimità di Yara, nella campagna orientale di Cuba. Era incominciata quella che passerà alla storia come la prima guerra di indipendenza, in cui si sperimentò per la prima volta un'insurrezione organizzata e non isolata come le precedenti. In un manifesto si condannarono l'arbitrio del governo dell'isola, le imposte che gravavano eccessivamente sui proprietari terrieri, l'esclusione dei cubani dagli impieghi pubblici e la sistematica privazione dei loro diritti civili, politici e religiosi. Inoltre si decretò l'abolizione graduale ed indennizzata della schiavitù. |