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Storia e Personalità - Storia: Approfondimenti
Indice approf. |Rivoluzione 1868 | Occupazione yanqui | Inizio XX sec. | La Costituzione del 1940|
|Cronologia della Rivoluzione | 1° Gennaio 2002 | La spedizione del Granma | La Marcha de las Antorchas|
LA RIVOLUZIONE DEL 1868

Le misure repressive adottate dal governo di Madrid contro i cubani, si intrecciavano con altri fattori che resero insostenibile la situazione della popolazione creola: la produzione di caffè rallentò e i prezzi dello zucchero subirono un notevole ribasso; i debiti dei possidenti crebbero e molti operai, artigiani e impresari si videro obbligati a emigrare. La maggior parte si stabilì nel sud degli Stati Uniti, a Tampa e Cayo Hueso (Key West).
Di contro, l'amministrazione coloniale otteneva da Cuba lauti guadagni, senza reinvestirne una parte ragionevole per lo sviluppo del paese. Gli spagnoli, che costituivano solo l'8% della popolazione, si appropriarono di più del 90% delle entrate del paese. Inoltre, la immensa maggioranza di nativi era priva dei diritti politici, mentre l'insignificante minoranza "peninsulare" (così venivano chiamati gli spagnoli) manovrava l'isola a suo piacimento.

LA Demajagua

Nella regione orientale la crisi era più acuta e lì iniziarono le attività cospirative. Nel luglio del 1867 si costituì un Comitato Rivoluzionario nella città di Bayamo, diretto da uno dei possidenti più ricchi di Cuba, Francisco Vicente Aguilera. Questi era un uomo colto, di carattere generoso e con un raffinato spirito di sacrificio. La cospirazione si estese con rapidità alle principali località dell'Oriente, soprattutto a Manzanillo, dove emerse la figura del possidente zuccheriero e avvocato Carlos Manuel de Céspedes y del Castillo, che divenne presto il protagonista principale dell'insurrezione.
Céspedes era nato a Bayamo, da una famiglia benestante; laureato in legge a Barcellona, viaggiò molto in Europa. Dal 1851 iniziò a manifestare il suo disprezzo per il regime coloniale, solidarizzando con i cubani ribellatisi alla Spagna e componendo versi satirici contro il governo spagnolo, che gli costarono per ben due volte il confino. La sua situazione a Bayamo divenne insostenibile e si trasferì a Manzanillo, dove esercitò da avvocato e comprò una fattoria zuccheriera chiamata"La Demajagua". La sua intransigenza rivoluzionaria è leggendaria: agli spagnoli che, avendo catturato suo figlio Oscar, proposero un accordo in cambio della sua vita, Céspedes rispose: "Oscar non è il mio unico figlio. Sono il padre di tutti i cubani che sono morti per la Rivoluzione". Il giovane fu passato per le armi e a partire da quel momento Céspedes venne riconisciuto come Padre della Patria. Al principio dell'ottobre del 1868 le autorità spagnole scoprirono i preparativi insurrezionali e ordinarono l'arresto dei suoi principali dirigenti; però Céspedes informato di questo, anticipò la data della sollevazione e nelle prime ore del giorno 10 dette il "grito de Independencia" nella sua fabbrica di zucchero. Iniziò così la guerra contro la dominazione spagnola a Cuba. Come primo atto di sovranità, Céspedes liberò i suoi schiavi, poi li incitò ad unirsi alla lotta di liberazione - cosa che fecero inmediatamente - e lanciò un appello al paese spiegando la causa dell'insurrezione.

IL "Manifesto" del 10 di Ottobre

In questo documento i ribelli denunciavano le intollerabili condizioni che la Spagna imponeva a Cuba: una politica dominata dalla corruzione e dal malaffare, una giustizia ingiusta e repressiva, un'economia a totale vantaggio della madrepatria e devastante per i cittadini cubani...Nel documento si diceva inoltre:"noi crediamo che tutti gli uomini siano uguali e desideriamo l'emancipazione degli schiavi". Letto il manifesto, i patrioti si diressero al vicino villaggio di Yara con il proposito di conquistarlo ma vennero sbaragliati da un contingente militare spagnolo. Ricordando questa prima battaglia, storicamente si allude al "Grito de Yara" per identificare l'inizio delle gesta emancipatrici di Cuba.

La conquista di Bayamo

La sollevazione si allargò ad altre località dell'Oriente: il 13 ottobre gli insorti conquistarono otto villaggi della provincia; queste prime vittorie dettero prestigio, uomini e alcune armi all'insurrezione. Céspedes, con l' aiuto del dominicano Luis Marcano, dette all'Esercito Liberatore un' organizzazione rudimentale e continuò la lotta dopo essere stato riconosciuto come Generale in Capo. Il gruppo direttamente al suo comando si diresse verso l'importante città di Bayamo e, dopo tre giorni di forti combattimenti, la conquistò. Fu in questa occasione che, tra l'entusiasmo popolare, il poeta, musicista e patriota bayamese Pedro Figueredo, scrisse le parole di quello che sarà l'Inno Nazionale d Cuba. A Bayamo si formò il "Governo della Repubblica in Armi", capeggiato da Céspedes, e si cominciò a riorganizzare l'amministrazione pubblica secondo le necessità del territorio libero. Si separò il potere civile da quello militare e si costituì una nuova giunta della città, che includeva come reggenti, insieme ai creoli bianchi, due spagnoli e due neri. Si decretò la libertà degli schiavi che si fossero uniti all'insurrezione e di quelli che i loro padroni avessero voluto emancipare in cambio di un indennizzo. I liberatori mantennero il potere per tre mesi, ma il 12 gennaio del 1869, di fronte all'impossibilità di tenere oltre la città, una grande assemblea popolare decise che, prima di abbandonarla, le si desse fuoco perchè non cadesse di nuovo in mano agli spagnoli. E così fecero.

Camagüey e Las Villas

Dalla regione di Oriente la rivolta cominciò ad estendersi anche ad altre province: il 4 dicembre 1868 si sollevò Camagüey e nei primi giorni di febbraio del '69, Las Villas. Le due figure di maggior rilievo tra i rivoluzionari di Camagüey furono certamente Ignacio Agramonte Loynaz e Salvador Cisneiros Betancourt, marchese di Santa Lucia. Quest'ultimo era una persona di elevata posizione economica e sociale: anch'egli liberò i suoi schiavi e se ne andò alla "manigua". Ignacio Agramonte era un giovane di famiglia ricca, discepolo di José de la Luz y Caballero, avvocato e patriota influenzato fortemente dalle idee della Rivoluzione Francese. Fu l'anima della rivoluzione nella provincia. Il suo coraggio era proverbiale: in una occasione, uno dei combattenti, il Brigadiere Julio Sanguily, cadde nelle mani degli spagnoli. Senza esitazione alcuna Agramonte, con 34 componenti della sua cavalleria, raggiunse il nemico - uno squadrone composto da 120 fucilier i- ordinò la carica al "machete" e salvò l'ufficiale "mambì".

Occidente

La rivolta non riuscì ad estendersi alle tre province occidentali (Pinar del Rìo, La Habana e Matanzas), poichè i grandi possidenti, a differenza che nell'Oriente, godevano di una grande prosperità ed erano di tradizione conservatrice. Tuttavia, numerosi patrioti occidentali si organizzarono clandestinamente e collaborarono con l' insurrezione. Alcuni si unirono ai combattenti della "manigua" e altri tentarono, senza successo, di organizzare delle rivolte, soprattutto a Pinar del Rìo (Vuelta Abajo). Al comando dell'organizzazione all'Avana, si trovava Josè Morales Lemus, che aveva partecipato a numerose cospirazioni precedenti. Fin dai primi sommovimenti insurrezionali, si distinse all'Avana il giovane quindicenne José Martì.

Internazionalismo

Come si è visto, le prime gesta di liberazione furono condotte dal settore più radicale dei possidenti e da intellettuali e professionisti provenienti dalle classi ricche di Cuba, ed ebbero la partecipazione decisiva delle masse di schiavi emancipati, neri e mulatti liberi, contadini, artigiani e altri settori sfruttati e discriminati della popolazione. Dal suo inizio, la rivoluzione contò sull'appoggio disinteressato e l' esperienza militare di uomini nati in paesi diversi, che fecero loro la causa del popolo cubano. Come esempio si possono citare i dominicani Modesto Dìaz, Luis Marcano e Màximo Gòmez Bàez, ex ufficiali dell'esercito spagnolo a Santo Domingo. Màximo Gòmez giunse a Cuba nel 1865 e, appena iniziò la guerra, si unì ai libertadores, distinguendosi rapidamente per la sua audacia, senso dell'organizzazione, sagacità e capacità di comando nelle operazioni militari (introdusse tra l'altro le famose "cariche al machete", che erano il terrore delle colonne spagnole). Nella guerra del '95 divenne Generale in Capo dell'Ejercito Libertador de Cuba. Viene oggi ricordato come una delle figure più importanti delle vicende indipendentiste di Cuba assieme a José Martì e Antonio Maceo.

Assemblea di Guàimaro

Nell'aprile del '69, con l'obiettivo di dare unità organizzativa e giuridica alla Rivoluzione, si convocò una importante assemblea nella quale erano rappresentati i gruppi dirigenti delle regioni insorte. La riunione si realizzò nel villaggio camagüeyano di Guàimaro. In quella sede si scontrarono due concezioni differenti del modo di dirigere la Rivoluzione: Céspedes era per una direzione centralizzata che si incaricasse tanto delle operazioni militari quanto degli affari di carattere civile; Agramonte di contro reclamava la formazione di un governo civile separato dal comando militare e ad esso superiore. La grande maggioranza dei delegati appoggiò questa seconda tesi, e gli accordi si raccolsero in una Magna Charta conosciuta come la Costituzione di Guàimaro. Questa Costituzione sancì la Camera dei Rappresentanti quale potere supremo dello Stato: essa nominava il Presidente della Repubblica e il Capo dell' Esercito e poteva destituirli liberamente; decideva come organizzare l'esercito e poteva emendare la Costituzione. La Camera avrebbe dovuto risolvere, di fatto, perfino i più piccoli dettagli amministrativi. La Costituzione inoltre consacrò i principali diritti individuali e abolì la schiavitù stabilendo che: " Tutti gli abitanti della Repubblica sono totalmente liberi". Approvata la Costituzione, l'Assemblea si convertì in Camera dei Rappresentanti, nominò come Presidente della Repubblica Carlos Manuel de Céspedes e Capo dell'Esercito Manuel de Quesada y Loynaz, che era stato generale in Messico dove aveva combattuto contro gli invasori francesi.

La reazione spagnola

Nei primi mesi del 1869, il governo coloniale tentò una politica di conciliazione con gli insorti, ma dovette ben presto desistere in quanto i "peninsulares" recalcitranti che dominavano a Cuba si opposero violentemente a qualsiasi accordo. Si scatenò dunque una violentissima repressione contro i "mambises" e tutti i simpatizzanti dell' indipendenza. Oltre all'esercito, la Spagna potè contare sull'appoggio del cosiddetto Corpo di Volontari, creato vari anni prima per affrontare il progetto di invasione di Narciso Lòpez. Nel 1868, gli integralisti lo riorganizzarono, e in pochi mesi arrivò a contare 30.000 uomini nella capitale e diverse migliaia nelle altre zone del paese. Integrato da avventurieri e diretto da spagnoli ricchi che, insieme al governo, li addestravano ed armavano, questo corpo paramilitare si distinse per gli atti più efferati e sanguinari. Il suo potere raggiunse una tal forza, che ci furono momenti in cui nemmeno il "Capitano Generale" (Governatore) osò opporsi alle sue azioni. Uno dei più esecrabili dei suoi crimini fu l'assassinio di otto studenti del primo anno di Medicina dell'Università dell'Avana nel 1871: alcuni volontari colonialisti accusarono falsamente un gruppo di studenti di aver profanato la tomba del giornalista spagnolo Gonzalo Castañòn (acerrimo nemico della causa indipendentista); un consiglio di guerra, condannò per ben due volte vari studenti a pene carcerarie, ma i volontari entrambe le volte protestarono violentemente e si dovette intraprendere un terzo consiglio di guerra che, assecondando le richieste dei volontari che reclamavano sangue cubano, condannòi a morte otto degli studenti e altri trenta a pene detentive. A nulla valsero la mancanza assoluta di prove e l'impeccabile difesa del capitano spagnolo Federico Capdevilla: gli otto furono fucilati il 27 novembre 1871, per il solo fatto di essere cubani.

Gloria ed ombre, la sconfitta

Nonostante la durissima offensiva del governo colonaile la guerra si dilatò per 10 anni, durante i quali si alternarono periodi di grande impeto rivoluzionario e momenti critici. In condizioni di permanente inferiorità di uomini e armi, le truppe cubane riuscirono a condurre numerose campagne vittoriose; terrorizzarono il nemico con le famose "cargas al machete"; beffarono linee ben fortificate e ben difese; iniziarono l' invasione verso occidente arrivando fino alla provincia de Las Villas nel centro del paese. Tuttavia, alla lunga, la guerra fu vinta dagli spagnoli. José Martì scrisse - "solo approfittando dei dissensi interni la Spagna vinse una guerra che con le armi non avrebbe potuto mai vincere". I grandi dissidi su come dirigere la guerra, crebbero dopo l'Assemblea di Guàimaro, e si arrivò al punto che la Camero destituì sia il Presidente Céspedes che il Capo dell'Esercito Manuel de Quesada. Céspedes si ritirò nella sua fattoria "San Lorenzo", nella Sierra Maestra e si dedicò a insegnare ai bambini contadini. Qui venne sorpreso dagli spagnoli e morì combattendo nel febbraio del 1874. Pochi mesi prima era morto anche Ignacio Agramonte; la rivoluzione perse così due delle sue massime figure già nei primi anni di guerra. I vizi caudillistici dei dirigenti, insieme alla paura che gli schiavi di Matanzas si unissero all'Ejercito Libertador e rompessere il debole equilibrio tra bianchi e neri a favore di questi ultimi, impedirono che le truppe cubane invadessero le tre province occidentali. Ciò costituì un' importante sconfitta nei piani strategici della Rivoluzione. Allo stesso modo, il regionalismo dette origine a irriparabili frizioni tra i capi degli insorti, a insubordinazioni militari,a una crisi generale di autorità e all'indebolimento progressivo dell'insurrezione. Alla crisi del movimento insurrezionale si unì un altro fattore importante. Il governo spagnolo, sapendo di questa crisi, agì intelligentemente e cambiò la sua politica verso i "mambises". Invece della guerra di sterminio, cominciò una campagna diretta alla demoralizzazione dei cubani, offrendo di dimenticare il passato, perdonare i delitti politici, liberare i prigionieri, facilitare l'uscita dall'Isola a chi lo desiderava, reggere Cuba con le stesse leggi speciali che si applicavano a Portorico, riconoscere la libertà agli schiavi che erano nelle fila degli insorti e altre promesse attraenti. Nello stesso tempo per rafforzare l'accettazione di queste condizioni, rinforzò l'esercito con truppe fresche fino a sorpassare i 250.000 uomini e aumentò considerevolmente le spese militari. L'incaricato di applicare questa nuova politica fu il Generale Arsenio Martìnez Campos. Questi in due anni riuscì nell'intento di soffocare l' insurrezione. Il governo della Repubblica in Armi si disintegrò e un Comitato negoziatore firmò la pace con gli spagnoli il 10 febbraio del 1878. Il cosiddetto Pacto del Zanjòn raccoglieva nel suo testo le principali promesse fatte dal governo spagnolo.
Solo alcuni gruppi al comando dei generali Vicente Garcìa, Antonio Maceo e Ramòn Leocadio Bonachea non accettarono la capitolazione e continuarono a combattere. Negli ultimi anni di guerra si erano prodotti cambiamenti tra i dirigenti della rivoluzione: mentre l'influenza dei grandi possidenti si indeboliva, crebbe l'importanza di alcuni capi provenienti dai settori popolari, come il Generale Antonio Maceo y Grajales. Negli stessi giorni in cui si firmava il Pacto del Zanjòn, Maceo otteneva una delle sue più brillanti vittorie militari: la distruzione del famoso battaglione di San Quintìn, nelle montagne di San Ulpiano.

La protesta di Baraguá

Antonio Maceo Maceo era un contadino mulatto di Santiago de Cuba che entrò in guerra come semplice soldato il 12 ottobre del'68, due giorni dopo il suo inizio. Per il suo eroismo e le sue doti naturali guadagnò con rapidità meriti e gradi . Alla fine della guerra era Maggior Generale.
Per la sua stazza, il suo valore e il colore della sua pelle a Cuba lo si ricorda come "el Titàn de Bronce". I Maceo erano 19 fratelli, tutti combatterono nella guerra e 15 caddero in combattimento. Anche il padre di Antonio morì in combattimento; la madre, Mariana Grajales, andò alla "manigua" e morì in esilio dopo la guerra. Il 15 marzo 1878, Maceo si incontrò con Martìnez Campos per conoscere le sue proposte. Si rifiutò di accettare una pace senza indipendenza e senza abolizione della schiavitù, perciò decise di continuare a combattere. Questo incontro storico è conosciuto come la "Protesta de Baraguà" e attraverso le lotte secolari del popolo cubano è stato il simbolo della sua intransigenza rivoluzionaria. Gli uomini riuniti a Baraguà, stilarono una brevissima Costituzione, che stabilì un governo provvisorio composto da un Presidente, un Vicepresidente e un Generale in capo. Al Maggior Generale Antonio Maceo fu dato il comando dell'Esercito in Oriente. Tuttavia ben presto il governo provvisorio si convinse dell'impossibilità di continuare la guerra e fece ripiegare Maceo all'estero in attesa di poter riprendere a combattere.
Ebbe fine così la guerra dei Dieci Anni. Era il mese di maggio del 1878.

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