31/01/2004
Arriva
il gas a mezzo milione di habaneros
di María Julia
Mayoral
tratto
e tradotto da: granma quotidiano La
popolare e molte volte deficitaria “luz brillante” (kerosene)
e le molteplici invenzioni che le famiglie della capitale hanno escogitato
per cucinare negli anni più difficili del periodo especial,
sono un ricordo del passato. Oggi 243 mila nuclei usano il gas di città
e 347 mila il gas GPL.
È il risultato di un programma di investimenti che, dal suo inizio
alla fine del 1998, non ha smesso di avanzare anche se le difficoltà
finanziarie lo hanno rallentato.
A dicembre del 1998, solo 120 mila nuclei, residenti nei municipi centrali
della capitale, potevano utiizzare il gas di città e il GPL arrivava
ad altri 153 mila. Praticamente tutte le zone periferiche del territorio
della capitale non avevano questo servizio. Oggi le nuove installazioni
di gas di città si effettuano nei municipi di Marianao, Cerro,
e Plaza de la Revolución, e il GPL nei municipi di Arroyo Naranjo
e San Miguel del Padrón.
Tra la fine del 1998 e settembre del 2002 con l’uso di questo
combustibile la provincia ha risparmiato 97,1 tonnellate di kerosene
e 14,8 di alcool il che significa un risparmio di 19.500 dollari.
All’inizio del programma di investimenti, nessun utente aveva
il contatore. L’istallazione di questi mezzi di misurazione nelle
case e la riscossione corrispondente al consumo, ha stimolato il risparmio.
Ciò ha permesso con quasi la stessa quantità di gas, di
coprire più di centomila nuovi nuclei famigliari.
Produrre un metro cubo di gas di città con nafta e gas naturale,
costa 12 centesimi di dollaro: il prezzo di vendita
alla popolazione è di 11 centesimi di peso cubano
(4 millesimi di dollaro).
L’istallazione delle tuberie e dei contatori costa mediamente
84 dollari per cliente, e le famiglie pagano per questa istallazione
7 ,30 pesos (28 centesimi di dollaro). Inoltre i servizi di riparazione
e di cambio dei contatori sono gratuiti.
Nel caso del gas GPL i costi di produzione sono superiori e anche in
questo caso i prezzi di vendita alle famiglie sono sussidiati dallo
Stato. |
10/01/2004
Note
sulla strategia di manipolazione mediatica nel caso cubano
di Ángeles
Diez
tratto
e tradotto da: www.lajiribilla.cubaweb.cu
Il
caso cubano è senza dubbio un esempio che sarà raccolto
negli annali della manipolazione informativa.
In esso possiamo trovare quasi tutte le tecniche, dalle più grossolane
alle più sofisticate. Concentriamoci su tre aspetti chiave per
comprendere il trattamento che si dà a Cuba sui media spagnoli:
a) la conversione di qualsiasi fatto in notizia, sia o non sia rilevante;
b) la sua esagerazione e sopravvalutazione;
c) la sintonia e unanimità indipendentemente dell’ideologia
o degli interssi del mezzo informativo.
Il
numero di volte che appaiono notizie su Cuba nei nostri media e lo spazio
dedicato all’isola, e soprattutto al suo Capo di Stato, è
incomparabilmente maggiore che l’attenzione prestata a qualsiasi
altro Paese (eccezion fatta per il Venezuela da quando Chávez
è arrivato al potere, però questo si riduce a momenti
più puntuali).
Si parla più di Cuba che di qualsiasi altro Paese dell’America
Latina. La domanda di qualsiasi spettatore-lettore-ascoltatore sensato
potrebbe essere: cosa giustifica questa copertura mediatica? Realmente
si tratta di un Paese tanto grande, tanto importante economicamente?
O, forse si tratta di un Paese dove si producono assassinii in massa,
casi accertati di tortura, applicazione sistematica della pena di morte,
violazione del diritto internazionale, fame, epidemie? Nessuna delle
situazioni anteriori si manifestano a Cuba. Anche se le opinioni o dichiarazioni
non contraddette dei dissidenti e gli articoli che leggiamo abitualmente
possano farci credere il contrario, non esiste nessun dato obiettivo
che collochio l’isola in situazione di tema da prima pagina, prima
di paesi come l’Ecuador, la Bolivia, il Paraguay, per citare solo
alcuni dell’area.
Di
fatto se confrontiamo i rapporti di Amnesty International del 2002 su
questi paesi, troveremo che si dice dell’Ecuador che “continuano
a suscitare preoccupazione la tortura e i maltrattamenti e in particolare
le morti sotto custodia”; della Bolivia si dice che i membri delle
forze di sicurezza hanno commesso omicidi durante le manifestazioni;
in Paraguay si informa su casi di tortura e maltrattamenti a presunti
delinquenti, reclutamento di bambini da parte delle forze di polizia
ecc. Su Cuba si segnalano come dato più significativo le restrizioni
all’esercizio della libertà di espressione, associazione
e riunione, o aggressioni verbali contro dissidenti.
Eccetto per la situazione specifica delle detenzioni e le tre esecuzioni
avvenute nel 2003, negli anni precedenti Cuba appare come uno dei paesi
meglio situati in relazione al rispetto dei diritti umani, il compimento
delle risoluzioni internazionali e con minore disuguaglianza sociale.
Di fatto Cuba è stata eletta membro della Commissione dei Diritti
Umani dell’ONU all’inizio di quest’anno: Commissione
nella quale l’ammissione degli Stati Uniti, è stata respinta
con la votazione dei paesi membri nel 2002, e il suo reingresso quest’anno
è stato reso possibile dalla rinuncia di Italia e Spagna.
Dopo questa riflessione bisogna chiedersi perchè il tema delle
libertà civili e il caso delle pene di morte applicate quest’anno
a Cuba hanno avuto maggiore diffusione nei nostri media che le centinaia
di sentenze di morte che ogni anno si firmano negli stati di Arizona,
Montana, Coloradodi e Texas. Di fatto, se non leggessimo i rapporti
del PNUD o di Amnesty International non sapremmo che la pena di morte
negli Stati Uniti continua ad applicarsi in modo molto esteso, che questo
Paese si trova in cima al ranking mondiale della sofferenza umana; che
dopo l’attentato dell’11 settembre si trovano detenute 1200
persone, la maggioranza stranieri, senza dare informazione pubblica;
che in novembre 2001, il presidente Bush ha approvato un ordine che
stabilisce la creazione di commissioni militari speciali, al di fuori
delle norme processuali internazionali; che la brutalità poliziesca
è una pratica abituale e che è uno dei paesi, assieme
ad Israele, che ha compiuto più violazioni del Diritto Internazionale
Umanitario. Significativamente questi dati sì, vengono dati con
contradditorio.
Però
non solo si sopravvalutano e si magnificano gli avvenimenti che succedono
a Cuba, si parla dell’isola anche se non è successo niente,
cioè, Cuba è notizia anche se non lo è. Come quei
prodotti e marche pubblicitarie che appaiono cammuffati nelle serie
televisive o nei realityshow e formano parte del programma, solo che
in questo caso non appare il cartello che dice “pubblicità”.
Scrittori, cantanti, musicisti cubani sono vezzeggiati dai nostri media
sempre che parlino male del governo, o che si possano utilizzare le
loro parole per seminare il sospetto o il dubbio sulla situazione dell’isola.
Di fatto, anche gli artisti spagnoli nella loro campagna promozionale,
se devono dare una immagine “progressista” devono riguardarsi
parlando male del Presidente cubano.
[...]
Sembra che la strategia che seguono i nostri media con Cuba è
giusto antagonista a quella applicata in altri casi come Timor, che
già Chomsky aveva segnalato come uno dei casi più sorprendenti
di disinformazione. Nel caso di Cuba siamo giusto all’estremo
opposto. Se ci si rifà solo ai dati contrastati e ad alcune fonti
fidate come le Nazioni Unite o Amnesty, la rilevanza delle informazioni
su Cuba darebbe luogo appena a qualche breve rassegna.
Di modo che la domanda pertinente è, senza dubbio, perchè
Cuba è tanto importante per i media spagnoli? Possiamo avventurarci
in qualche ipotesi e cercare di praticare questo sport tanto in disuso
oggi che è l’applicare il senso comune. Non sarà
che è importante perchè è importante per gli USA?
Non saremo in presenza di una campagna propagandistica di lungo respiro,
proprio come il blocco economico che gli USA mantengono contro l’isola
da più di 40 anni, e al quale si unisce la Spagna con tutto il
suo arsenale mediatico?
Se ci prendessimo la briga di annotare, ritagliare e registrare tutte
le informazioni che troviamo su Cuba, ci renderemmo conto che ci sono
troppe coincidenze nei nostri media. Sembra proprio che ci troviamo
davanti a una campagna di marketing ben disegnata in cui ci stanno vendendo
un prodotto precucinato nella fattoria “made in USA”. Non
saremo noi “innocent” consumatori, vittime e boia di complessi
interessi che convertono l’isola in un boccone imprescindibile
per l’impero? Perchè fidarci di quello che ci hanno fatto
credere su Cuba, quando le inchieste recenti dimostrano che, malgrado
non si sia dimostrato nessun legame tra Saddam e gli attentati dell’11
settembre, si considera uno dei grandi successi dello staff della Casa
Bianca il fatto che 7 statunitensi su 10 credono che Saddam fosse implicato
in quegli attentati? Lo scrittore e giornalista John Pilger ci dice
che quelli che governano il mondo hanno messo in marcia una “guerra
totale” nella quale non si parla già di scenari, ma di
controllo del mondo. La guerra contro il terrorismo è la guerra
infinita, in ogni momento, secondo il bisogno, nel luogo che designi
o che segnali l’illuminazione divina; e una delle sue armi più
potenti è la pseudoinformazione. Ed è proprio in questa
strategia che i media si convertono in pezzi da novanta per bombardare
le nostre coscenze. “Dissentire è permesso nei limiti consentiti”
– dice Pilger – e rafforza l’illusione che l’informazione
e l’espressione siano “liberi”. In questa logica,
le informazioni su Cuba sono apparentemente diverse se vengono dai media
controllati da uno o dall’altro interesse economico, però
curiosamente, se uno si fissa bene, ci sono più coincidenze che
discrepanze.
Perchè
tanta insistenza, così coordinata e coerente in tutti i mezzi
di comunicazione sul tema cubano? Perchè tante coincidenze quando
apparentemente ci sono differenze ideologiche di fondo? Che interessi
comuni hanno TVE, Antena 3, El País e ABC?
Probabilmente ci sono sfumature, però la virulenza, l’aggressività
e soprattutto la profusione con cui si abborda il tema le cancella e
unifica l’audience: “per quelli di destra, per quelli di
sinistra, per i non credenti, per gli illustrati, per gli apatici, per
i militanti, per tutti...” che qualità naturale o acquisita
abbiamo tutti, spettatori, lettori e ascoltatori perchè dobbiamo
ricevere lo stesso messaggio implicito o esplicito su Cuba. Pierre Bourdieu
diceva, parlando della televisione, che le differenze evidenti occultano
profonde similitudini derivate dall’utilizzo degli stessi meccanismi
e dall’operare secondo la stessa logica. Perchè è
tanto pericolosa Cuba? Per chi? Che strano meccanismo ci fa ripetere
continuamente le stesse parole d’ordine e gli stessi luoghi comuni
su Cuba convertendoci così, nostro malgrado, in uno strumento
in più di propaganda? |