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Cuba defendida

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  1. COMINCIO' CON CUBA


MESSAGGIO DALL’AVANA PER GLI AMICI CHE STANNO LONTANO

Negli ultimi giorni abbiamo visto con sorpresa e dolore che in calce a manifesti calunniosi contro Cuba si sono mischiate risapute firme della macchinaria propagandistica anticubana con quelle amate di alcuni amici. Allo stesso tempo, si sono diffuse dichiarazioni di altri non meno amati da Cuba e dai cubani, che crediamo nate dalla distanza, la disinformazione e dai traumi di esperienze socialiste fallite.
Malauguratamente, e anche se non era intenzione di questi amici, sono testi che si stanno utilizzando nella grande campagna che pretende isolarci e preparare il terreno ad una aggressione militare degli Stati Uniti contro Cuba.
Il nostro piccolo Paese è oggi più minacciato che mai dalla superpotenza che pretende imporre una dittatura fascista in scala planetaria. Per difendersi Cuba si è vista obbligata a prendere misure energiche che naturalmente non desiderava.
Non si debe giudicarla per queste misure strappandole dal loro contesto.
È eloquente che l’unica manifestazione nel mondo che ha appoggiato il recente genocidio abbia avuto luogo a Miami, con la parola d’ordine “Iraq oggi, Cuba domani”, a cui si sommano minacce esplicite di membri della cupola fascista che governa gli Stati Uniti.
Sono momenti di nuove prove per la Rivoluzione Cubana e per tutta l’umanità, e non basta combattere le aggressioni quando sono imminenti o già in atto.
Oggi 19 aprile, a quarantadue anni dalla sconfitta a Playa Girón dell’invasione mercenaria, non ci stiamo dirigendo a quelli che hanno fatto del tema di Cuba un affare o una ossessione, ma agli amici che in buona fede possono essere turbati e che tante volte ci hanno dato la loro solidarietà.


Alicia Alonso Miguel Barnet Leo Brower Octavio Cortázar
Abelardo Estorino Roberto Fabelo Pablo Armando Fernández Roberto Fernández Retamar
Julio García Espinosa Fina García Marruz Harold Grematges Alfredo Guevara
Eusebio Leal José Loyola Carlos Martí Nancy Morejón
Senel Pérez Amaury Pérez Graziella Pogolotti César Portillo de la Luz
Omara Portuondo Raquel Revuelta Silvio Rodríguez Humberto Solás
Marta Valdés Chucho Valdés Cintio Vitier


No problem - di Ricardo Alarcón de Quesada
dal quotidiano ‘Granma’ del 29 aprile 2003

Era il 28 di gennaio di quest’anno. George Bush lo ha detto a piena voce affinché si capisse bene. Non si è nascosto dove non poteva essere udito. Lo ha proclamato apertamente, in una sessione solenne del Congresso, nella sua relazione sullo stato dell'Unione, il discorso più importante dei Presidenti nordamericani.
Queste sono state le sue parole: “Oltre 3.000 sospettati di terrorismo sono stati arrestati in molte nazioni. Molti altri hanno avuto un destino differente. Diciamolo in questo modo: essi ormai non sono più un problema per gli Stati Uniti”.
Il testo ufficiale distribuito dalla Casa Bianca riporta che questa rivelazione è stata salutata con l'applauso di quelli che lo ascoltavano nel Campidoglio.
Si sapeva già, naturalmente, che ci sono migliaia di persone incarcerate nel Nordamerica e in altri paesi i cui Governi promuovono i diritti umani tanto gelosamente come lo fa Bush. Molte sono rinchiuse da oltre un anno senza essere state formalmente accusate e non hanno avuto avvocati che le hanno difese. Non si conoscono i loro nomi anche se si afferma che in maggioranza sono immigranti o hanno la pelle troppo scura per il razzismo che queste società, che pensano di essere superiori, coltivano.
Però l’inquilino della Casa Bianca ha aggiunto in modo tanto scarno qualcosa che prima non era stato detto: “Molti altri hanno avuto un destino differente”, ossia, non sono prigionieri ma... “ormai non sono più un problema”.
Non si ricordava niente di simile dai tempi di Hitler. Era da tempo che il mondo non ascoltava un simile riconoscimento ufficiale a una politica di esecuzione extragiudiziale, di liquidazione fisica di esseri umani senza che vi sia altra procedura di quella di premere il grilletto.
Il discorso è stato pubblicato ampiamente affinché tutti ne venissero a conoscenza. Eccetto che in una rivista di New York, non ha provocato denunce né proteste. Dopo gli applausi, il silenzio.
Un'altra volta si verificava quello che un secolo prima aveva scoperto Mark Twain sui tre doni con i quali Dio aveva benedetto gli Stati Uniti: “libertà di espressione, libertà di coscienza e prudenza affinché nessuna delle due venisse mai esercitata”.
Sono trascorsi tre mesi. C'è stata una guerra che ha scaricato sull'indifeso popolo iracheno tutta la capacità distruttiva dell'impero, che ha attaccato senza causa né giustificazione, oltraggiando la legalità internazionale come a suo tempo aveva fatto un altro Führer.
Aumenta sempre di più il numero dei “sospettati” che sono sotto controllo nelle prigioni degli Stati Uniti e in altri paesi, senza alcun processo legale. E sono di più, molti di più, quelli che hanno avuto “un destino differente” e.... semplicemente “ormai non sono più un problema”. Nessuno ha almeno un'idea approssimata di quanti siano, né chi siano gli assassinati che hanno allungato l'interminabile lista dei “no problems”. I personaggi che nel mondo dicono di volere far valere i diritti umani e che svolgono un lavoro tanto lucroso quanto elegante, di loro non si sono occupati.
Recentemente alcuni politici e altre personalità hanno sentito l'urgenza di criticare Cuba in relazione al processo contro i mercenari che hanno agito contro la loro Patria, stipendiati dal Governo di Washington, e alle sanzioni applicate a vari terroristi, tutti quanti processati in conformità a leggi e a procedimenti legali. Cuba non ha violato alcun principio giuridico, nessuna norma internazionale, non ha fatto niente che colpisse la pace nel mondo né che danneggiasse l'interesse legittimo di nessuno. Ha esercitato solo l'obbligo irrinunciabile di difendersi e lo ha fatto senza ricorrere alla guerra e alla violenza.
Cuba si difende da chi l'aggredisce e da chi vuole affossare la sua sovranità organizzando, dirigendo e finanziando gruppi di traditori, mentre intensifica contro di essa una guerra economica implacabile e la minaccia di distruggerla. Nessuno ha diritto di ignorare che questi gruppi sono stati creati da Washington perché questo risulta da documenti ufficiali pubblicati negli Stati Uniti diversi anni fa. Nessuno ha diritto di ignorare che li dirige e li sostiene il Governo nordamericano, quando è facile trovare sufficiente informazione al riguardo semplicemente visitando i siti Internet di quel Governo.
Invece di calunniarla, un senso elementare di giustizia dovrebbe portarli a condannare l'aggressione che Cuba patisce.
Quelli che si sono strappati le loro vesti per le misure necessarie che Cuba è stata obbligata a prendere e che si sono precipitati a censurarla, ancora non hanno detto una parola per ripudiare l'insolita dichiarazione fatta tre mesi fa da Bush. O forse stanno ancora applaudendo?

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Estratti dal discorso pronunciato dal Presidente Fidel Castro, alla manifestazione del 1° Maggio.

L’Avana, 1 maggio 2003.
Illustri invitati;
Cari compatrioti,

Il nostro popolo eroico ha lottato per 44 anni da una piccola isola dei Caraibi, a poche miglia dalla più forte potenza imperiale del mondo. Con ciò ha scritto una pagina senza precedenti nella storia. L’umanità non ha mai visto una lotta così disuguale.
Coloro che credevano che l’ascesa dell’impero alla condizione di unica superpotenza, il cui potere militare e tecnologico non ha alcun opponente nel mondo, provocherebbe la paura o lo scoraggiamento nel popolo cubano, non hanno altra alternativa che quella di meravigliarsi davanti al valore moltiplicato di questo coraggioso popolo. In un giorno come oggi, data gloriosa dei lavoratori, che commemora la morte dei cinque martiri di Chicago, dichiaro, in nome del milione di cubani riuniti in questa manifestazione, che affronteremo tutte le minacce, non cederemo davanti a pressione alcuna, e siamo disposti a difendere la Patria e la Rivoluzione, con le idee e con le armi, fino all’ultima goccia di sangue.

Qual è la colpa di Cuba? C’è un uomo onesto che abbia qualche ragione per attaccarla?
Con il proprio sangue e con le armi strappate al nemico, il suo popolo abbatté una crudele tirannia imposta dall’impero […] E’ stata il primo territorio libero dal dominio imperialista in America Latina e nei Caraibi, e l’unico Paese dell’emisfero dove, durante la storia successiva all’epoca coloniale, torturatori, assassini e criminali di guerra, che strapparono la vita a decine di migliaia di persone, furono puniti in modo esemplare. […]
In mezzo a un rigoroso blocco e alla guerra economica che è durata quasi mezzo secolo, Cuba è stata in grado di eliminare in un solo anno l’analfabetismo, cosa che non è riuscita, in più di quattro decenni, agli altri Paesi dell’America Latina, e neanche agli Stati Uniti. Ha portato l’istruzione gratuita al cento per cento dei bambini. Possiede il più alto indice di ritenzione scolastica – più del 99% dal prescolastico fino alla terza media– di tutte le nazioni dell’emisfero. […] Qualunque cittadino può accedere agli studi dall’elementare fino al raggiungimento del titolo di Doctor in Science senza spendere un centesimo. […]
La mortalità infantile si è ridotta da 60 per ogni mille nati vivi a una cifra che oscilla fra 6 e 6,5. E’ la più bassa dell’emisfero, dagli Stati Uniti fino alla Patagonia. […] Cuba è oggi il Paese con più alto indice di medici pro capite; raddoppia quasi il numero dei paesi che la seguono. […]
L’85% della popolazione è proprietaria dell’abitazione in cui vive. Essa è libera da imposte. Il restante 15% paga un affitto assolutamente simbolico, che raggiunge appena il 10% dello stipendio. […] La lotteria e altri giochi lucrativi sono stati proibiti nei primi anni della Rivoluzione affinché a nessuno venisse in mente di progredire grazie ai giochi di azzardo.
La nostra televisione, la radio e la stampa non praticano la pubblicità commerciale. Qualunque promozione è orientata a questioni di salute, d’istruzione, di cultura, di educazione fisica, di sport, di sana ricreazione, di difesa dell’ambiente; alla lotta contro le droghe, contro gli incidenti o a prevenire altri problemi di carattere sociale. I nostri mass media istruiscono, non avvelenano né alienano. […]
Non esiste il culto di nessuna personalità rivoluzionaria vivente, né statue, né fotografie ufficiali, né strade o istituzioni con il loro nome. I dirigenti sono uomini e non dei.
Nel nostro paese non esistono forze paramilitari né squadroni della morte, e non è mai stata utilizzata la violenza contro il popolo, né si realizzano esecuzioni extragiudiziali e nemmeno si applica la tortura. Il popolo ha sempre appoggiato in modo massiccio le attività della Rivoluzione. Questa manifestazione lo dimostra. […]
Non è mai stata ricercata né elaborata nessun’arma biologica, il che sarebbe in assoluta contraddizione con la formazione e la coscienza in cui è stato educato e si educa il nostro personale scientifico.
In nessun altro popolo si è radicato con tanta forza lo spirito di solidarietà internazionale. Il nostro Paese appoggiò i patrioti algerini nella loro lotta contro il colonialismo francese, a rischio di danneggiare le proprie relazioni politiche ed economiche con un Paese europeo tanto importante quanto la Francia.
Inviammo armi e combattenti per difendere l’Algeria contro l’espansionismo marocchino quando il re del suddetto Paese volle impadronirsi delle miniere di ferro di Gara Yabilet a ovest dell’Algeria.
Tutto il personale di una brigata di carri armati fece la guardia su richiesta della nazione araba della Siria fra 1973 e 1975 di fronte alle montagne del Golan, quando quella parte del territorio fu ingiustamente strappata a quel Paese.
Il leader della appena nata Repubblica del Congo, Patrice Lumumba, aggredito dall’esterno, ricevette il nostro appoggio politico. Assassinato dalle potenze coloniali in gennaio 1961, aiutammo i suoi partigiani.
Quattro anni dopo, nel 1965, sangue cubano fu versato nella zona occidentale del lago Tanganika, dove il Che, con oltre cento istruttori cubani, appoggiarono i ribelli congolesi che lottavano contro i mercenari bianchi al servizio di Mobutu, l’uomo di occidente, i cui 40 miliardi di dollari rubati non si sa in quale banca europea siano depositati, né in potere di chi.
Sangue di istruttori cubani fu versato addestrando e appoggiando ai combattenti del Partito Africano per l’Indipendenza di Guinea e Capo Verde che, sotto il comando di Amilcar Cabral, lottavano per l’indipendenza di queste ex colonie portoghesi.
Qualcosa di simile avvenne per ben dieci anni, mentre aiutavamo al MPLA di Agostinho Neto nella lotta per l’indipendenza dell’Angola. Una volta raggiunta la stessa e per 15 anni, centinaia di migliaia di volontari hanno partecipato alla difesa dell’Angola di fronte all’attacco delle truppe razziste del Sudafrica che, in complicità con gli Stati uniti e servendosi della guerra sporca, seminarono milioni di mine, devastarono interi villaggi e assassinarono a oltre mezzo milione di uomini, donne e bambini angolani. […]
Durante quasi 15 anni Cuba occupò un luogo di onore nella solidarietà con l’eroico popolo del Vietnam, in una guerra barbara e brutale degli Stati Uniti, che uccise a quattro milioni di vietnamiti, oltre al numero di feriti e mutilati di guerra; che pervase il suolo di prodotti chimici, che causarono danni incalcolabili presenti ancora oggi. Il pretesto: il Vietnam, un Paese povero e sottosviluppato, situato a 20.000 km dagli Stati Uniti, era un pericolo per la loro sicurezza nazionale.
Sangue cubano fu versato insieme a quello di cittadini di vari paesi dell’America Latina, e insieme al sangue cubano latino-americano del Che, assassinato per ordine degli agenti degli Stati Uniti nella Bolivia, quando era ferito e prigioniero […].
Sangue cubano di costruttori che stavano per concludere l’aeroporto internazionale, vitale per l’economia di una piccolissima isola che viveva del turismo, fu versato combattendo in difesa della Granada, invasa dagli Stati Uniti con cinici pretesti.
Sangue cubano fu versato in Nicaragua, quando istruttori delle nostre Forze Armate addestravano i bravi soldati nicaraguesi che facevano fronte a una guerra sporca organizzata e armata dagli Stati Uniti contro la Rivoluzione sandinista.
E non ho citato tutti gli esempi.
Superano i 2 000 gli eroici combattenti internazionalisti cubani che offrirono la loro vita in adempimento del sacro dovere di appoggiare la lotta di liberazione per l’indipendenza di altri popoli fratelli. In nessuno di essi esiste una proprietà cubana.
Nessun altro Paese nella nostra epoca può mostrare una così brillante pagina di solidarietà sincera e disinteressata. Cuba ha sempre predicato con il proprio esempio. Non ha mai claudicato. Non ha mai venduto la causa di un altro popolo. Non ha mai fatto concessioni. Non ha mai tradito i principi. Non per niente soltanto 24 ore fa è stata eletta per acclamazione, nel Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite, membro per altri tre anni della Commissione dei Diritti Umani, condizione che vanta ininterrottamente da 15 anni.
Oltre mezzo milione di cubani hanno compiuto missioni internazionaliste come combattenti, insegnanti, tecnici, medici o lavoratori della sanità. Decine di migliaia di essi hanno prestato servizi e salvato milioni di vite per oltre 40 anni. Attualmente 3.000 specialisti in Medicina generale integrale e altri lavoratori della sanità lavorano nei luoghi più reconditi di 18 Paesi del Terzo Mondo, dove mediante metodi preventivi e terapeutici salvano ogni anno centinaia di migliaia di vite, e preservano o restituiscono la salute a milioni di persone senza riscuotere un centesimo per i loro servizi.
Senza i medici cubani messi a disposizione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per il caso in cui essa riuscisse a ottenere i fondi necessari – senza i quali intere nazioni e persino intere regioni dell’Africa subsahariana rischierebbero di perire - , gli imprescindibili e urgenti programmi di lotta contro l’AIDS non si potranno realizzare.
Il mondo capitalista sviluppato ha creato abbondante capitale finanziario, ma non ha creato il benché minimo capitale umano di cui ha disperato bisogno il Terzo Mondo.
Cuba ha sviluppato tecniche per insegnare a leggere e scrivere per radio con testi elaborati oggi in cinque lingue: creole, portoghese, francese, inglese e spagnolo, che ormai si applicano in alcuni Paesi. E’ sul punto di concludere un programma del genere in lingua spagnola, di ottima qualità, per alfabetizzare per televisione. Sono programmi ideati a Cuba e autenticamente cubani. Non ci interessa l’esclusiva del brevetto. Siamo disposti a offrirli a tutti i paesi del Terzo Mondo, dove si concentra il maggior numero di analfabeti senza riscuotere un centesimo. In cinque anni la cifra di 800 milioni di analfabeti potrebbe ridursi di un 80%.
Quando l’URSS e il campo socialista crollarono, nessuno scommetteva un centesimo sulla sopravvivenza della Rivoluzione cubana. Gli Stati Uniti rafforzarono il blocco. Nacquero le leggi Torricelli e Helm-Burton, quest’ultima con carattere extraterritoriale. I nostri mercati e fornitori fondamentali scomparirono improvvisamente. Il consumo di calorie e di proteine si ridusse quasi della metà[…] .
Perché resistiamo? Perché la Rivoluzione ha sempre contato, conta e conterà sempre di più sull’appoggio del popolo, un popolo intelligente, sempre più unito, più colto e più combattente.
Cuba, che è stato il primo Paese a esprimere solidarietà al popolo nordamericano l’11 settembre 2001, è stato anche il primo ad avvertire il carattere neofascista che la politica dell’estrema destra degli Stati Uniti, che è arrivata al potere mediante la frode in novembre del 2000, intendeva imporre al mondo[…].
Oggi i cosiddetti “dissidenti”, mercenari assoldati dal Governo hitleriano di Bush, tradiscono non solo la loro Patria ma anche l’umanità. Di fronte ai sinistri piani contro la nostra Patria da parte di questa estrema destra neofascista e dai suoi alleati della mafia terrorista di Miami che hanno raggiunto la vittoria mediante la frode elettorale, ci piacerebbe sapere quanti di coloro che da ipotetiche posizioni di sinistra e umaniste hanno attaccato il nostro popolo per le misure legali che in atto di legittima difesa siamo stati costretti ad adottare per difenderci dai piani aggressivi della superpotenza, a poche miglia dalle nostre coste e con una base militare nel nostro stesso territorio, hanno potuto leggere queste parole, prendere coscienza, denunciare e condannare la politica annunciata nei discorsi pronunciati dal signor Bush cui ho fatto riferimento, che proclamano una sinistra politica internazionale nazifascista da parte del capo del paese che possiede la più potente forza militare mai concepita, le cui armi possono distruggere dieci volte l’umanità indifesa.
Tutto il mondo si è mobilitato di fronte alle orribili immagini di città distrutte e incendiate da atroci bombardamenti, di bambini mutilati e di cadaveri strozzati di persone innocenti.
Lasciando da parte i gruppi politici opportunisti, demagoghi, e politicanti a noi anche troppo noti, mi voglio riferire adesso soprattutto a coloro che sono stati amichevoli nei confronti di Cuba[…]. Non vogliamo che coloro che l’hanno attaccata, a nostro avviso in modo ingiusto, per disinformazione o per mancanza di un’analisi meditata e approfondita, debbano soffrire un dolore infinito se un giorno le nostre città saranno distrutte e i nostri bambini e le loro madri, donne e uomini, giovani e anziani strozzati dalle bombe del nazifascismo, e conoscano che le loro dichiarazioni sono state cinicamente manipolate dagli aggressori per giustificare un attacco militare contro Cuba.
Il danno umano non si può misurare solo dalle cifre di bambini morti e mutilati, ma anche dai milioni di bambini e madri, donne e uomini, giovani e anziani che rimarranno traumatizzati per il resto della loro vita.
Rispettiamo assolutamente le opinioni di coloro che per motivi religiosi, filosofici o umanitari si oppongono alla pena di morte, che pure noi rivoluzionari aborriamo per motivi più profondi di quelli abbordati dalle scienze sociali sul delitto, attualmente in fase di studio nel nostro Paese. […]
La Rivoluzione cubana si è trovata di fronte al dilemma di proteggere la vita di milioni di compatrioti castigando con la pena capitale legalmente stabilita ai tre principali sequestratori di una imbarcazione di passeggeri – stimolati dal governo degli Stati Uniti che cerca di incoraggiare il potenziale delittuoso di carattere comune ad assaltare imbarcazioni o aerei con passeggeri a bordo, mettendo a repentaglio la vita dei medesimi, creando condizioni che propizino un’aggressione a Cuba, scatenando un’ondata di sequestri e dirottamenti che bisognava frenare subito -, o stare con le mani in mano. Non possiamo esitare, quando si tratta di proteggere la vita dei figli di un popolo deciso a lottare fino alla fine, nell’arrestare mercenari che servono agli aggressori e nell’applicare le pene più severe a terroristi che sequestrino e dirottino imbarcazioni e aerei carichi di passeggeri o che commettano fatti del genere, che siano condannati dai tribunali in conformità di quanto stabilito in leggi previe. […]
E’ così provocatoria e svergognata la politica del governo degli Stati Uniti, che lo scorso 25 aprile il signor Kevin Whitaker, Capo del Bureau Cuba del Dipartimento di Stato, ha detto al capo della nostra Sezione di Interessi a Washington che l’Ufficio di Sicurezza Domestica del Consiglio di Sicurezza Nazionale, riteneva che i continui dirottamenti da Cuba costituivano una grave minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, e sollecitava al governo cubano di prendere tutte le misure necessarie a evitare fatti di questo genere, come se non fossero loro a provocare e incoraggiare i suddetti dirottamenti e non fossimo noi a prendere drastiche misure per impedirli, da tempo consapevoli dei criminali piani dell’estrema destra fascista contro Cuba, e per proteggere la sicurezza dei passeggeri. Informato non ufficialmente il suddetto contatto avvenuto venerdì, lo stesso ha generato un gran cancan nella mafia terrorista di Miami. Ancora non capiscono che le loro minacce dirette o indirette contro Cuba non tolgono il sonno a nessuno.
L’ipocrisia della politica occidentale e di un numeroso gruppo di leader mediocri è così grande, che non ci starebbe nell’Oceano Atlantico. Qualunque misura che Cuba adotti per la sua legittima difesa viene pubblicata in prima pagina da quasi tutti i giornali. Tuttavia, quando denunciamo che sotto il mandato di un capo di governo spagnolo decine di baschi membri dell’ETA sono stati giustiziati extragiudizialmente senza che nessuno protestasse o lo denunciasse presso la Commissione dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, e un altro capo dello stesso governo, in un momento difficile della guerra del Kossovo, aveva suggerito al Presidente degli Stati Uniti di rafforzare la guerra, di moltiplicare i bombardamenti e di attaccare gli obiettivi civili, che causerebbero la morte a centinaia di innocenti e degli immensi sacrifici a milioni di persone, la stampa solo dice: “Castro se la prende con Felipe e Aznar”. Del contenuto reale, neanche una parola.
A Miami e a Washington si discute oggi dove, come e quando verrà attaccata Cuba o verrà risolto il problema della Rivoluzione. Per adesso si parla di misure economiche che inaspriscano il brutale blocco, ma non sanno ancora quale scegliere, con chi si rassegneranno a litigare e quale effettività ed efficacia potranno avere tali misure. Gli restano molto poche. Quasi tutte le hanno già utilizzate.
Un cinico ruffiano mal chiamato Lincoln, e Díaz-Balart come cognome, intimo amico e consigliere del presidente Bush, ha dichiarato a una rete televisiva di Miami le seguenti enigmatiche parole: “Non posso entrare in dettaglio, ma stiamo cercando di rompere il circolo vizioso.”
A quale dei metodi per gestire il circolo vizioso si riferisce? Eliminarmi fisicamente a partire dai sofisticati mezzi moderni che hanno sviluppato, così come il signor Bush gli ha promesso nel Texas prima delle elezioni, o attaccare Cuba seguendo allo stile dell’Iraq?.
Se fosse il primo, non mi preoccupa assolutamente. Le idee per le quali ho lottato tutta la vita non potranno morire e vivranno per molto tempo. Se la formula fosse quella di attaccare Cuba come così come hanno fatto con l’Iraq, mi dispiacerebbe molto per il costo in vite umane e per l’enorme distruzione che per Cuba significherebbe ciò. Ma forse sarà quello l’ultimo degli attacchi fascisti di questa amministrazione, perché la lotta durerebbe molto tempo, perché gli aggressori dovrebbero affrontare non solo un esercito, bensì migliaia di eserciti che continuamente si riprodurrebbero e farebbero pagare all’avversario un prezzo così alto in perdite umane, che supererebbe di molto il budget umano che il popolo nordamericano sarebbe disposto a pagare per le avventure e le idee del presidente Bush, oggi con l’appoggio maggioritario ma decrescente, domani ridotto allo zero. […]
In nome del milione di persone riunitesi qui questo Primo Maggio, voglio inviare un messaggio al mondo e al popolo nordamericano:
Non vogliamo che sangue di cubani e di nordamericani sia versato in una guerra; non vogliamo che un numero incalcolabile di persone che possano essere amici muoiano in una contesa. Ma non c’è mai stato un popolo che abbia cose tanto sacre da difendere, né convinzioni tanto profonde per cui lottare, cosicché preferisce scomparire dalla faccia della Terra anziché rinunciare all’opera nobile e generosa per la quale sono morti molti dei suoi migliori figli.
Ci accompagna la più profonda convinzione che le idee sono più potenti delle armi più sofisticate.
Salutiamoci come lo fece il Che:
HASTA LA VICTORIA SIEMPRE!

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Cuba difende il suo diritto di applicare la giustizia contro i terroristi

Il Ministro cubano degli Esteri ha difeso il diritto del suo paese a condannare alla pena di morte tre terroristi che hanno sequestrato un'imbarcazione per andare negli Stati Uniti e che hanno messo in pericolo la vita di varie decine di persone. Egli ha affermato che tale misura è stata applicata a Cuba “in maniera eccezionale e obbligati dalle circostanze in cui vive il paese, e con dolore”. Ci sono mezzi di stampa e personalità che sono arrivati a dire che a Cuba la pena di morte è stata applicata ai “dissidenti politici” riferendosi a delinquenti comuni che hanno sequestrato, armati, un'imbarcazione mettendo in pericolo la vita dei passeggeri, ha spiegato.
Il ministro ha poi aggiunto che il presidente George W. Bush ha stabilito, quando era governatore del Texas, il record di pene di morte negli Stati Uniti, con 152 esecuzioni. Tuttavia – ha detto - nessun paese presenta una Risoluzione su questo.


I morti innocenti non contano e meno ancora se sono cubani
di Rosa Miriam Elizalde estratti da Juventud Rebelde

L’Avana 19 aprile 2003
Più di 3.000 morti - esattamente 3.478 - uno scandaloso crimine collettivo, ha commesso il terrorismo animato e finanziato contro Cuba dal territorio USA. Non c’è a Cuba chi non abbia un figlio, un nipote, un padre, un conoscente assassinato o sopravvissuto ad aggressioni di ogni tipo: dalle bombe negli alberghi, alle epidemie mortali, ai batteri nei raccolti, fino a mitragliare i bagnanti sulle spiagge.
Orlando Bosch non è il nome di un inoffensivo "lottatore per la libertà", come è stato presentato recentemente in un programma radio in cui ha chiamato ad una marcia pacifica a Miami - "iraq oggi, Cuba domani". E’ l'autore dell'attentato contro un aereo con 73 persone a bordo!
NESSUNA di queste morti, o di questi attentati, hanno meritato un concerto di titoli di giornali, né illustri penne indignate, né rabbiosi editoriali, né funzionari infuriati... come se i morti si fossero suicidati, o si fossero trovati per caso vicino ad una bomba, che per caso passava di là.
Come se questi crimini valessero un indulgente silenzio, solo perché sono stati commessi dentro l'isola.
Come se i nostri morti, le nostre vedove, i nostri orfani, fossero di una categoria inferiore, indegni degli strilli umanitari che provengono d'oltremare in occasioni molto ben selezionate.
Anche se siamo già vaccinati contro la paura e non ci sorprendono i sentimentalismi facili di chi brandisce i "diritti umani" come un'ascia, salvo rimanere in silenzio quando muoiono i nostri compatrioti, non smette di essere sorprendente il talento da prestigiatori per cancellare i costi umani della guerra in Iraq.
A Cuba nessuno ha gioito per le fucilazioni, per inevitabili che fossero. Nessuno vede questa misura come qualcosa di diverso dall'assolutamente eccezionale. Ma nessuno l'astrarrebbe dal contesto: tutto ciò non sarebbe successo se sistematicamente non si fossero ignorate le vittime del terrorismo e protetto i loro assassini. Se questa non fosse (com'è) una pratica non solo inumana, ma sadica.
Quando sono cominciati i sequestri di aerei, qualche settimana fa, nessuno si è sorpreso che il giudice King - una vecchia conoscenza della Florida - chiedesse la liberazione dei sequestratori. Chiunque arrivi negli Stati Uniti in simili circostanze, assassinando o meno, sa che sarà assolto. E' una pratica tanto antica come la Rivoluzione stessa.
Perfino un bambino sa che il solo essere "dissidente" è un lavoro ben ricompensato dall'Ufficio d'Interessi degli Stati Uniti a Cuba.
Se non si ha un visto legale si può optare per l'avventura temeraria, che appare più utile alla propaganda satanizzatrice contro Cuba.
Ed è utile studiare come si comportano, con un coltello o una granata in mano, per capire perché si credono superiori, infallibili, invincibili, ed allora il meritato odio della comunità li conforta e affila loro i denti.
Gli innocenti non contano nelle cerebrali analisi giornalistiche, e meno ancora se sono cubani, un paese che dall'estero riceve solo minacce, embarghi, insulti, deformazioni delle notizie, intimidazioni, tagli di petrolio e ricatti economici.
Così è stato e così sarà, salvo che gente onesta riesca a distanziarsi dalle semplificazioni che si ripetono su Cuba. Allora, scoprirà lo stesso di sempre: dietro la calunnia senza pudore, solo resta una voragine di verità.

Saramago, Galeano y Fidel Castro

di Heinz Dietrich Steffan
Pochi giorni dopo la rottura pubblica del Premio Nobel della Letteratura José Saramago, con la Rivoluzione cubana, in merito alla fucilazione di tre sequestratori di una imbarcazione e di drastiche pene carcerarie a “giornalisti dissidenti”, Eduardo Galeano si separa nell’articolo “Cuba duele” da un “modello di potere” che è “in decadenza” e che “converte in merito rivoluzionario l’obbedienza agli ordini che che scendono ... dai vertici”.
Galeano dice che non ha mai creduto nella “democrazia del partito unico”, nè nell’onnipotenza della stato come “risposta all’onnipotenza del mercato”, che la Rivoluzione ha perso via via il “il vento di spontaneità e di freschezza che dal principio la aveva spinta”; che c’è “un disastro degli stati comunisti convertiti in stati di polizia” ciò che è un “tradimento del socialismo” e che il Governo cubano ha trattato i gruppi che collaborano con il Capo della Sezione di Interessi degli USA, James Cason, “come se fossero una grave minaccia”.
Lo scrittore sì, crede nel “sacro diritto all’autodeterminazione dei popoli”; che la “apertura democratica” a Cuba è, “più che mai imprescindibile”; che devono essere gli stessi cubani, “senza che nessuno venga a metterci le mani da fuori, che aprano nuovi spazi democratici e conquistino libertà che mancano” e che Rosa Luxembourg aveva ragione di fronte a Lenin, quando diceva che “libertà è sempre libertà di chi pensa differente”: Freheit ist immer die Freiheit des Andersdenkenden.
Se Rosa Luxembourg aveva ragione nei confronti di Lenin o no, è un lungo dibattito. Ciò che non necessita dibattito è lo stato logico della sua celebre affermazione sulla libertà dell’altro. Come il congenito aforismo di Voltaire sulla libertà, 150 anni prima, e l’imperativo categorico di Immanuel Kant, si tratta di enunciazioni prescrittive astratte e generali che non servono per risolvere una difficoltà concreta. Per attuare di fronte a un problema concreto, è necessaria una etica materiale, cioè, una etica di contenuti, non di assiomi formali-astratti.
Nell’ambito delle verità astratte esiste senza dubbio una grande armonia cosmica sul diritto alla dissidenza, alla libertà di opinione e alla democrazia. Richard Nixon, Ronald Reagan, George Bush, Tony Blair e Ariel Sharon attuano proprio in nome di questi valori quando bruciano vietnamiti col napalm, fanno a pezzi bambini in Palestina con bombe a grappolo, o polverizzano afgani con bombe a combustione.
No, la verità è concreta e se si afferma che “la libertà è sempre la libertà dell’altro”, bisogna dire se questo assioma è valido quando l’altro si chiama Adolfo Hitler, o Ariel Sharon, o George Bush e i suoi esecutori subalterni.
Questa è l’essenza della discussione sulle fucilazioni a Cuba, perchè è il quid della prassi. Saramago è rimasto nel regno degli assiomi astratti, fedele alle sue verità assolute, non intaccate dalle incertezze, contraddizioni e tragedie della vita reale. “Hasta aquí he llegado” dice in una reminescenza del consummatum est del nazareno: “Cuba continuerà sulla sua strada, io mi fermo”
È il vangelo secondo Gesù; però non dalla parte della vittima, che sostiene il suo credo con assolutismo incrollabile durante tutta la via crucis della sua prassi di trasformazione sociale fina ad arrivare al Golgota; ma dalla posizione dell’intellettuale di principio, protetto dalla fortezza delle verità metafisiche astratte.
La posizione del romanziere lusitano è un ridotto intellettuale di lusso, quasi scolastico, si potrebbe dire, ma consistente. Quella dello scrittore uruguaiano è un falso compromesso tra il diagnostico della realtà, e la terapia: è inconsistente. Dove deve dare risposte concrete per il problema cubano, si rifugia in desideri generali, cioè, combina affermazioni critiche con aspirazioni utopistiche, che stanno fuori dalla realtà del problema. Se Saramago è un monastero sulla collina, Galeano è un castello in aria.
Galeano dice che non crede nella “democrazia del partito unico”. Il partito unico a Cuba non nasce, come lui sa, dal leninismo, ma dalla comprensione di José Martí, di che qualsiasi divisione politica a Cuba finisce nel colonialismo.
Astraendoci da questo: se l’autore non crede nella “democrazia del partito unico”, in quale sovrastruttura politica crede per Cuba? Nella democrazia del multipartitismo? No, neanche. Allora con cosa va a sostituire l’attuale sovrastruttura politica di Cuba?.
Eduardo Galeano afferma che devono essere i cubani “che aprano nuovi spazi democratici e conquistino le libertà che mancano”, “senza che nessuno venga a mettere le mani da fuori” che bello!
George Bush che ha appena messo, non le mani, ma 270.000 aggressori armati con carri armati e bombardieri strategici in Iraq, che ha appena confermato in una fabbrica di caccia F-18 che Washington debe mantenere tutto il vantaggio “che ha in armi, tecnologia e spionaggio”, rispetterà senza dubbio questo desiderio dell’autore di Le vene aperte dell’America Latina, che i cubani possano costruire la loro democrazia senza ingerenze “da fuori”.
Cita la rivoluzionaria Rosa Luxemburg – che fu assassinata nel gennaio del 1919 dalle orde del grande capitale tedesco e buttata nelle acque del Canale Landwehr a Berlino come se fosse stata un animale – cuando dice che “senza elezioni generali, libertà di stampa e di riunione illimitate, la vita vegeta... in tutte le istituzioni pubbliche”.
Fiorirebbe la vita nelle istituzioni pubbliche cubane se si avessero elezioni generali, libertà di stampa e di riunione illimitate, a poche miglia da Miami e da Washington, dove i Bush si sono rubati le elezioni e da dove si sono concepiti più di 600 tentativi di assassinio contro il Presidente cubano Fidel Castro?
In uno dei suoi testi, Galeano dice che non pretende di essere obiettivo, cioè si riserva il diritto di essere soggettivo, o ciò che è lo stesso di non essere scientifico. Per questo probabilmente, non vede nessun problema nel proporre “l’apertura democratica” a Cuba che sostituirebbe la sovrastruttura politica cubana con la “democrazia nostra” del Terzo Mondo di cui cominciano a fruire gli iracheni.
Certo, ancora non sanno maneggiare la nuova democrazia e il diritto alla dissidenza responsabilmente, però la pedagogia dei marines cambierà questo rapidamente. Alcuni giorni fa i marines fucilarono venti civili in Iraq durante una pacifica manifestazione, senza leggergli i loro diritti, senza rispettare la loro “libertà di riunione illimitata” e senza alcun processo, nemmeno sommario.
Di fronte alla comoda posizione di principio di Saramago e la patetica posizione soggettivistica di Galeano, esiste una terza posizione di fronte alle fucilazioni: dissentire dalla pena di morte ed essere solidali con gli sforzi del progetto cubano, di non cadere come “frutta matura nel seno degli Stati Uniti” come avevano predetto gli incubatori della dottrina Monroe 200 anni fa.
Il futuro di Cuba non è nelle marce istituzioni borghesi, nè nel controllo delle sue elites corrotte. Il suo futuro sta nell’apertura verso la democrazia partecipativa postcapitalista e di questo non parlano Galeano e Saramago.
Come direbbe Lenin: “un passo avanti e due indietro”.

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Comunicato dell'Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba

L'Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba ricorda il 60° anniversario dell'inizio della lotta di Liberazione in Italia e il 50° anniversario dell'inizio della Rivoluzione a Cuba con l'assalto alla caserma Moncada, che hanno segnato il cammino degli eventi che portarono alla fine del nazi-fascismo in Italia e la fine del colonialismo con la definitiva indipendenza di Cuba.
Oggi, la rapida successione dei fatti che recentemente hanno coinvolto il popolo cubano, non può che suscitare preoccupazione e inquietudine.
Dopo più di quarant'anni di blocco economico e continue azioni terroristiche che hanno provocato la morte di migliaia di persone, continua contro Cuba un'articolata offensiva che va dai sequestri di aerei e di navi a mano armata a tentativi di rilanciare azioni mirate a interrompere il difficile e autonomo sviluppo su un cammino di progresso e di umanità.
In questo contesto Cuba:"... rivendica la pertinenza e la legalità delle misure adottate in difesa della propria sovranità e di condannare, secondo le sue leggi e le sue garanzie, un gruppo di persone che operavano al servizio e con il finanziamento di una potenza straniera che aggredisce il paese o commette delitti definiti dalle leggi internazionali come terroristici e severamente sanzionati dalle leggi cubane..." posizione non respinta dalla Commissione dell'ONU su i Diritti Umani a Ginevra.
Cosi come l'opinione pubblica mondiale dovrebbe tenere in considerazione le 11 condanne subite dagli Stati Uniti da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, per l’infame embargo imposto alla Repubblica di Cuba.
Rispettiamo il dibattito e le opinioni quando sinceramente mettono al centro il rifiuto della pena di morte in qualsiasi paese del mondo.
Ci allarma che solo attraverso questo punto di vista si concentri tutta l’attenzione su un popolo e una Rivoluzione che da quarantaquattro anni si oppone con qualsiasi mezzo all'arroganza e ai tentativi di aggressione da parte di dieci presidenti dei governi degli Stati Uniti d'America e della mafia terroristica cubano-americana di Miami.
Respingiamo con sdegno ogni opera di sciacallaggio politico, da qualunque parte provenga, che pretende di trattare Cuba e la sua Rivoluzione alla stregua delle infauste dittature che per mezzo secolo hanno insanguinato i paesi poveri del mondo con il regolare appoggio e beneplacito dell’Unica Potenza imperante, designando il popolo cubano come prossimo bersaglio dell’abominevole teoria degli "Stati canaglia"
Per questo, ribadiamo la volontà per una continua e costante attenzione di aiuto al popolo cubano nel realizzare attività di solidarietà politica e di cooperazione a sostegno di quegli obiettivi di emancipazione, indipendenza e di pace che, se realizzati, possono garantire Cuba e la sua solidarietà verso i paesi poveri del mondo nella lotta contro la fame, l'ignoranza, le malattie, la povertà, le carestie e le guerre.
Per questo rinnoviamo l'appello per la liberazione dei patrioti cubani Gerardo HERNÁNDEZ, Ramon LABAÑINO, Antonio GUERRERO, Fernando GONZÁLES, René GONZÁLES ingiustamente detenuti nelle prigioni statunitensi per avere tentato di impedire azioni terroristiche organizzate dal territorio degli Stati Uniti contro la Repubblica di Cuba.
aprile 2003
Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
www.italia-cuba.it

Cosa sta succedendo all’Avana LA SINDROME DELL’ASSEDIO
di Gianni Minà

Un editoriale di Wayne Smith, ex responsabile dell’Ufficio di interessi degli Stati Uniti all’Avana durante la presidenza di Jimmy Carter, che ha scritto recentemente sul Boston Sentinel per denunciare il maldestro tentativo del governo di Washington di indicare Cuba come un paese terrorista, mi spinge a scrivere per raccontare una storia che aiuterà molti a capire cosa sta effettivamente succedendo in questo momento nell’isola e, forse, spingerà i più critici ad avere una maggiore onestà intellettuale nel giudicare. Il saggio uscirà fra qualche giorno nel n. 82 della rivista Latinoamerica.

Wayne Smith, ora docente universitario, non era solo il secondo segretario dell’ambasciata Usa quando John F. Kennedy decretò, nel ’62, l’embargo a Cuba -mai più annullato- ma, alla fine degli anni ’70 era il diplomatico che condusse, per conto del presidente Jimmy Carter, l’unico tentativo di pacificazione tra Washington e l’Avana in 40 anni. "Eravamo vicini allo storico accordo – mi ha rivelato Wayne in una recente intervista - ma poi Reagan, con l’aiuto di George Bush sr., battè alle elezioni Carter e tutto sfumò. Peccato, avremmo evitato 25 anni di ulteriori tensioni".
Wayne Smith non ha mezze misure nel denunciare l’ambigua politica messa in atto dal nuovo presidente degli Stati Uniti nel tentativo di creare disagio politico dentro Cuba o, addirittura, giustificare in futuro uno sciagurato intervento: "Uno dei pilastri su cui si fonda la politica cubana dell’amministrazione Bush – spiega l’ex diplomatico - è l’asserzione che quello della “Revolucion” è uno Stato terrorista che serba intenzioni ostili nei nostri confronti. Altrimenti, perché dovremmo non avere relazioni con Cuba, come li abbiamo con la Cina, il Vietnam ed altri Stati non democratici? Il problema è che il nostro Governo attuale non riesce a trovare nemmeno un briciolo di prova credibile, per dimostrare la sua tesi. (…) Bush non ha nessun interesse a un dialogo con Cuba, che senza discussioni ha sempre combattuto il terrorismo. Perché questo potrebbe offendere gli esiliati della Florida, che sostengono la linea dura contro l’Avana, e tutto ciò potrebbe far perdere voti al fratello del presidente nelle elezioni alla carica di governatore dello Stato. (…) Ma sostenere che Cuba è uno Stato terrorista mina la nostra credibilità, laddove ne abbiamo più bisogno, nella lotta contro i veri terroristi".

Quella che voglio raccontare quindi è proprio una storia che spiega questo clima, una storia di quelle che però faticano a trovare spazio sui giornali perché, nell’epoca della guerra “continua” o “preventiva”, non concede alcuna giustificazione alla politica dell’attuale governo degli Stati Uniti.
Solo pochi giorni fa, all’inizio di aprile, è stato sospeso il carcere spietato, quello che si sconta ne “el hueco” (il buco, “la cassa”, come lo chiamano i detenuti latinoamericani) a cinque cubani arrestati negli Stati Uniti per cospirazione e condannati a pene tombali come quella di Gerardo Hernandez, un grafico e vignettista, ritenuto il capo del gruppo che dovrebbe scontare nel carcere di Lompok, in California, una pena pari a due ergastoli più 15 anni.
Dopo 33 mesi di attesa per il giudizio, 17 dei quali in isolamento e un mese di “hueco”, il ritorno dei cinque cubani ad una cella normale è avvenuto grazie ad una campagna internazionale alla quale hanno partecipato molti liberals nordamericani, perfino diversi deputati laburisti inglesi e Nadine Gordimer, scrittrice sudafricana, premio Nobel per la letteratura, ma nessun rappresentante di partiti progressisti italiani.
L’”hueco”, per spiegare meglio, è un buco di due metri per due dove bisogna stare senza scarpe, in mutande e maglietta; non si sa quando è giorno o notte, perché la luce è accesa ventiquattrore su ventiquattro; non si ha nessun contatto umano, neppure con i carcerieri e bisogna sopportare le grida continue di chi è recluso in quel braccio, riservato ai prigionieri molto aggressivi. Non era questo certo il caso di Gerardo Hernandez che, con i suoi compagni, si era solo rifiutato, nel processo tenutosi a Miami alla fine del 2001, di “collaborare” con la Corte. Aveva ammesso, come gli altri, alla vigilia del dibattimento, di essere un agente dell’intelligence cubana, da anni in Florida per scoprire chi organizzava gli atti terroristici contro il suo Paese. Ma l’Fbi voleva, in cambio della libertà promessa, che facessero dichiarazioni contro Cuba, sostenendo che il loro paese era un pericolo per gli Stati Uniti e che si erano infiltrati per ottenere, in realtà, informazioni sulla sicurezza nazionale Usa. Tutti autonomamente avevano deciso a quel punto di non collaborare e la loro fermezza aveva spiazzato la giuria. "Perché – spiegarono – dovremmo contribuire a far del male al nostro Paese dopo che per anni abbiamo lasciato i nostri affetti, la nostra vita, per cercare di difenderlo?”
Gerardo Hernandez, Antonio Guerriero, René Gonzales, Fernando Gonzales e Joaquin Mendez, si erano infiltrati negli anni ’90 nelle organizzazioni paramilitari degli anticastristi di Miami che, dalla Florida, da tempo, organizzavano attentati contro Cuba per boicottare il turismo, vero motore della ripresa economica dell’Isola.
La novità clamorosa e inquietante consisteva nel fatto che gli Stati Uniti (pronti a giustificare qualunque azione in nome della lotta al terrorismo per la sicurezza interna) nascondessero, nelle pieghe più oscure della loro società, dei criminali pronti a esportare attentati in paesi come Cuba, per giunta definiti “stati canaglia” o addirittura conniventi con il terrorismo. In uno di questi attentati (dopo che le vittime erano state pescatori, contadini, agenti della guardia costiera, militari di leva) era morto, il 4 settembre del ’97 all’Hotel Copacabana dell’Avana, anche un cittadino italiano, il giovane imprenditore Fabio Di Celmo, per una carica esplosiva messa da un tal Cruz, un salvadoregno ingaggiato da Luis Posada Carriles (vecchio specialista di operazioni sporche) al servizio, come il suo amico Orlando Bosh, della Fondazione cubano-americana di Miami. Questi due compari erano stati coinvolti anche nell’abbattimento dell’aereo di linea cubano nel 1976, al largo delle Barbados e nell’attentato al cancelliere cileno Letellier, a Washington, senza che nessun giudice nordamericano li avesse mai disturbati. E’ facile pensare, a questo punto, cosa sarebbe successo se questa trama avesse avuto un percorso inverso, cioè se qualcuno, dall’isola, si fosse messo a organizzare azioni delittuose negli Stati Uniti. Suscita quindi disagio constatare la precarietà con la quale, da quarant’anni, deve convivere Cuba, non solo per l’immorale embargo economico, condannato nel novembre scorso per la decima volta consecutiva dall’Onu (unici voti contrari, quelli degli Stati Uniti, Israele e delle Isole Marshall), ma anche per il blocco mediatico che minimizza queste storie e le elude. Cinicamente infatti si passa sopra al fatto imbarazzante che un piccolo paese, per anni, abbia dovuto preparare alcuni cittadini a rinunciare alla propria esistenza, per assicurare la sopravvivenza a tutti e, se nel caso, vivere un’altra vita, con un altro nome, un’altra casa, altri amici, tagliando per chissà quanto tempo (a volte per sempre) ogni legame con le proprie radici, con il proprio passato e i propri affetti.
Una storia di questo tipo, un po’ pirandelliana, è quella, per esempio, di René Gonzales, uno dei cinque cubani condannati, che aveva anche il passaporto nordamericano essendo nato negli Stati Uniti, figlio di un operaio metallurgico emigrato a Chicago e di una madre cubana, la cui famiglia veniva dal Nord Virginia. I nonni ed anche i genitori, forse per spirito patriottico, decisero di tornare a casa dopo lo sbarco fallito, nel ’61, alla Baia dei Porci da parte degli anticastristi sostenuti dalla mafia, ma abbandonati, all’ultimo momento, dal governo di John Kennedy. Forse quella decisione costò anche la vita al presidente della Nuova Frontiera. Ma questa è un’altra storia.
René, cresciuto nei miti della Rivoluzione, diventa pilota d’aereo e istruttore di volo, mentre suo fratello Roberto si laurea in Legge. Ma un giorno, a sorpresa per tutti, René lascia la moglie e la figlioletta, dirotta un aereo addetto alla fumigazione dei campi e se ne va negli Stati Uniti dove viene accolto come un eroe perché ha lasciato dietro le spalle il comunismo di Fidel.
A Miami, come per gli altri quattro compagni arrivati in Florida nei modi più disparati, comincia una nuova vita. Si infiltrano nelle organizzazioni terroristiche, in particolare in quella degli “Hermanos al rescate” (“Fratelli per il riscatto”) che ufficialmente si dedicavano al recupero dei “balzeros” (i profughi) ma, in realtà, organizzavano attentati di cui il loro capo, Josè Basurto, spesso si vantava anche pubblicamente e mettevano in atto provocazioni come quella di violare continuamente lo spazio aereo cubano con piccoli velivoli da turismo dai quali lanciavano, a bassa quota, volantini che incitavano alla sommossa. Proprio sulla pericolosità di queste azioni, il Governo dell’Avana, messo all’erta dalle informative proprio di René e del suo gruppo, aveva inviato al Governo degli Stati Uniti ben 23 note diplomatiche, prima che accadesse l’incidente dell’abbattimento di due di questi veicoli da parte della contraerea cubana. I “Fratelli per il riscatto” non solo violavano ormai in modo plateale lo spazio aereo, ma avevano cominciato ad inserirsi anche nelle frequenze radio delle torri di controllo degli aeroporti di L’Avana e Varadero, mettendo in serio pericolo le manovre di decollo e atterraggio degli aerei di linea. Al processo, militari degli Stati Uniti come il col. Eugene Carol e funzionari dell’amministrazione Clinton come Richard Nunzio, convocati dalla difesa, avevano testimoniato di aver avvisato Basurto che, come ha affermato uno di loro, “i cubani avevano perso la pazienza”. Dal dialogo con la torre di controllo dell’aeroporto di Opaloca non risulta invece che Basurto avesse avvisato i due compagni di avventura, poi abbattuti nell’ultima incursione, della pericolosità alla quale la situazione era arrivata.
Dopo sei anni di questo delicato lavoro, René, intanto, era riuscito a farsi raggiungere dalla famiglia. E così, dopo dodici anni, aveva messo al mondo un’altra figlia. Ma è quella anche l’epoca in cui Fidel Castro e Bill Clinton, preoccupati, avevano cercato e trovato un dialogo diplomatico per una comune lotta al terrorismo.
Così il governo dell’Avana, nel giugno del ’98, aveva trasmesso alla Fbi i resoconti avuti dal gruppo che agiva in Florida per disinnescare il terrorismo. Ma, a sorpresa, qualche mese dopo, quei documenti serviranno per far arrestare le cinque fonti dell’Intelligence cubana.
Il primo processo, un po’ kafkiano, alla fine del 2001, si è svolto a Miami dove ben 17 avvocati designati dalla Corte hanno rifiutato l’incarico temendo le ripercussioni che poteva avere sul loro lavoro il fatto di aver difeso “una spia cubana” proprio nello stato dove la comunità anticastrista è più numerosa e aggressiva. <"Già per questo antefatto –ha sottolineato Paul McKenna, l’avvocato d’ufficio di Gerardo Hernandez- il giudizio secondo le nostre leggi non si sarebbe potuto svolgere a Miami."
Nel corso del dibattimento poi, lo stesso pubblico ministero aveva dovuto riconoscere che i cinque cubani non avevano avuto accesso all’informazione sulla sicurezza nazionale, tanto che non aveva potuto accusarli di spionaggio, ma di “cospirazione al fine di commettere spionaggio”, cioè li aveva incolpati di avere intenzione di commettere un reato. Malgrado questo aborto giuridico, la giuria li ha condannati a pene tombali come mandanti dell’abbattimento dei due velivoli dei “Fratelli per il riscatto”, un’azione decisa dalla contraerea cubana in risposta alle provocazioni.
Ora, il processo di appello si farà ad Atlanta. Leonard Weinglass, prestigioso difensore dei diritti civili, che ha assunto la difesa di Antonio Guerrero, ha dichiarato: "Il governo degli Stati Uniti li ha sottoposti a giudizio, perché si stavano avvicinando troppo al mondo dei suoi terroristi". E, riguardo alla condizione carceraria dei cinque cubani, ha aggiunto che erano le peggiori che avesse mai visto. Più brutte di quelle del suo vecchio cliente, Mumia Abu Jamal, il giornalista e leader nero di Chicago che aspetta ancora di conoscere la sua sorte in un braccio della morte. [...]

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Intervento del reverendo Lucius Walker (direttore del Movimento Pastori per la Pace – Stati Uniti) alla manifestazione del 1° Maggio

Vengo davanti a voi come Pastore, in rappresentanza dei Pastori per la Pace. Vengo a unirmi alle nostre sorelle e fratelli a Cuba nel mezzo della peggiore provocazione dell’amministrazione statunitense nella storia, ma vengo a dichiarare che vi vogliamo bene, che vi rispettiamo, e vi appoggiamo da parte di milioni di cittadini statunitensi che si oppongono all’ostilità, alla provocazione e alla violazione delle norme diplomatiche del nostro governo.
I vostri amici statunitensi, per i quali parliamo oggi con orgoglio, sono veri amici, non amici solo nei tempi buoni. Siamo stati con voi nel passato, siamo con voi nel presente, momento di crisi e di aggressione da parte degli Stati Uniti, e saremo con voi nel futuro qualsiasi siano le conseguenze.
Abbiamo fiducia pienamente nella vostra interezza, affermiamo i bei valori e principi ai quali vi attenete. Ci uniamo alla vostra lotta contro il terrorismo statunitense, perché il popolo di Cuba rappresenta la speranza, l’aiuto e la cura per i popoli del mondo. Ci uniamo a voi adesso perché meritate la nostra amicizia; inoltre, ci uniamo a voi perché il mondo ha bisogno di Cuba.
Ora, come pastore e amico, sinceramente supplico Cuba che elimini la pena di morte. Naturalmente altre nazioni hanno la pena capitale, altri 137 Paesi compresi gli Stati Uniti; però Cuba è un Paese differente che la distingue nel campo dei diritti umani. Nessun’altra nazione al mondo offre salute gratuita, nessun altro paese al mondo offre educazione gratuita.
Cuba è leader mondiale nei diritti umani e nel rispetto per la vita umana, e la pena di morte ti degrada. Sei meglio che questo. Per questo ti esorto perché conduca, come esempio, una campagna mondiale per mettere fine alla pena di morte.
Inoltre come pastore e come cittadino nordamericano, sinceramente chiedo al governo degli Stati Uniti, che cessi le sue menzogne ipocrite e le distorsioni sui diritti umani a Cuba, perché in realtà, gli Stati Uniti sono i peggiori violatori dei diritti umani in questo emisfero.
Come pastore per la pace supplico il mio proprio governo che smetta di segnalare Cuba come Paese terrorista, quando in realtà gli Stati Uniti albergano e finanziano terroristi, criminali, veri assassini di cittadini cubani, permettendogli apertamente l’esistenza di accampamenti di addestramento per terroristi, e che camminino liberamente per le strade del sud della Florida, con il proposito dichiarato di abbattere il governo cubano.
Come pastore per la pace esigo dal mio governo che smetta di incoraggiare l’emigrazione illegale e che continui a rispettare i trattati migratori del 1995. Allo stesso tempo esigo che il mio governo liberi i cinque eroi cubani incarcerati negli Stati Uniti per il delitto di cercare informazioni sui piani dei terroristi radicati negli stati Uniti contro Cuba.
Di fronte a questi mali, tu, meraviglioso popolo cubano hai mantenuto la disciplina e sei stato allerta. Devi continuare con questi fondamenti morali tanto alti.
Il pastore che mi porto dentro mi ispira a credere che Gesù Cristo descriveva la Cuba del 2003 quando ancora dalla montagna in Galilea parlò dicendo:

“Beati quelli che piangono, perché riceveranno consolazione. Beati i misericordiosi, perché otterranno misericordia. Beati gli uomini di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati quelli che sono perseguitati a causa della giustizia, perché loro è il regno dei cieli. Beati siate quando per causa mia vi vituperano e vi perseguitano e dicano tutta la classe di male contro di noi mentendo. Godete e rallegratevi perché il vostro premio è grande.”

Cuba, voi siete un popolo fortunato. Voi siete un popolo amato nell’umanità, siete benedetti nel mondo, siete la luce del mondo. Per questo resistete, resistete con le vostre visioni, resistete coi vostri sogni, resistete coi vostri valori, resistete con la vostra Rivoluzione, coscienti che il pianto può durare tutta la notte, però la gioia verrà col mattino.

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Cominciò con Cuba
Ebe de Bonafini (presidentessa della Associazione Madri della Piazza di Maggio) Argentina
(Tricontinental n° 158 – 2004)

La Rivoluzione cubana è patrimonio di tutta l’umanità. Cuba rivoluzionaria appartiene a tutti gli abitanti del Terzo Mondo. Sono 45 anni di lotta e di resistenza contro l’imperialismo che illuminano la speranza di milioni di donne e uomini oppressi.

Nella selva dove la terra si tinge col sangue dei martiri, c’è una speranza: Cuba.
Nelle piantagioni dove i contadini schiavi alzano gli occhi al tramonto del sole, c’è un orizzonte: Cuba.
Nelle strade delle grandi città dove i nostri bambini mendicano, c’è un futuro possibile: Cuba.
Negli ospizi, nelle carceri, nel fango, nel sudiciume e nel dolore, c’è ancora un motivo per continuare: Cuba.
Nel mezzo dei più atroci tormenti o nelle paurose solitudini del perseguitato, esiste un ideale: Cuba.

Cuba è la rivoluzione che rappresenta la dignità dell’essere umano e l’incredibile certezza che un altro futuro è possibile. Il popolo cubano ci insegna che si può costruire un mondo nuovo.
Questi 45 anni di lotta e di resistenza contro l’imperialismo sono solo i primi passi di una guerra di cento anni, di mille anni che i popoli oppressi dovranno librare contro il capitalismo. Saranno battaglie senza quartiere, senza tregua, senza clemenza nè compassione contro il nemico dell’umanità e in difesa della vita.
Quando un giorno guarderemo indietro, o i nostri figli. o i loro figli, guarderanno indietro e ricorderanno un tempo in cui l’uomo era schiavo dell’uomo, sapranno che l’indipendenza era cominciata con Cuba.
Quando le generazioni future ricorderanno le gesta di emancipazione dell’umanità, diranno che il primo grido di dignità e il primo territorio liberato, fu Cuba.
I nostri figli e i vostri e loro e voi, e noi, siamo l’umanità che si è alzata in piedi... e ha cominciato a andare. Perché tutto è cominciato con Cuba...

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