| Il
gigante delle sette leghe
Di Miralys Sánchez Pupo
Quando José Martí cadde in combattimento
per ottenere con l’indipendenza di Cuba un equilibrio favorevole
al futuro delle nazioni del continente, gli spagnoli che raccolsero i
suoi resti gli resero onori postumi. Tale era la levatura politica di
quell’ometto di piccola statura, ma con le convinzioni ferree, proprie
di una dimensione etica superiore.
Il corpo senza vita del Maestro ebbe numerose sepolture finché
riposò definitivamente nel Cimitero di Santa Ifigenia, a Santiago
de Cuba, dove i marmi dell’Isola della Gioventù e le pietre
di Jaimanitas lo abbracciano e la bandiera cubana e il tepore dei raggi
del sole baciano la presenza di un ideale anche oggi vigente.
Su entrambi i lati di questo luogo sacro della Patria si trovano i suoi
ultimi pensieri elaborati con lo jolongo(*) sulle spalle, in
mezzo alla natura nei momenti del più alto dovere e, come lui stesso
assicurò, con l’allegria di tutti, con gli occhi aperti ad
ammirare le stelle che ammiccavano, “con la colt al fianco, il machete
alla cintura, lo sprone sugli stivali e sul cavallo, aprendo il cammino
tra i monti generosi della lotta.
Quattro anni prima aveva partecipato alla Conferenza Monetaria Interamericana
e, nella corrispondenza di “un dito che non dorme”, raccontò
dell’esito di quel lavoro diplomatico e di coraggio davanti al gigante
delle sette leghe, che la Revista Ilustrada fece conoscere. E a un suo
amico assicurò: “Il campo è libero, alla fine libero,
libero e nelle migliori condizioni possibili per preparare, se lo vogliamo,
la rivoluzione a Cuba!”.
Il console della repubblica orientale di Uruguay
I rappresentanti latino-americani alla Conferenza Monetaria
Interamericana del 1891 sedevano attorno a un tavolo ovale e senza un
ordine prestabilito, però il primo giorno dei lavori, nell’ufficio
diplomatico in Pennsylvania street non era ancora stata data l’autorizzazione
per un delegato. Da quel conclave non sarebbe scaturito nulla di positivo,
lo sapevano bene la Colombia, il Nicaragua, il Venezuela e l’Uruguay,
che partecipò alla Conferenza dal secondo giorno e non si sentì
mai isolato, poiché si trovava tra gente coraggiosa, come affermò
il console al suo amico Gonzalo de Quesada.
José Martí fu rappresentante negli Stati Uniti di questo
paese fratello dal 1887 al 1891, anche se in quest’occasione non
sollecitò l’autorizzazione diplomatica necessaria. Alcuni
ostacoli cercarono di neutralizzare il suo pensiero, persino tentativi
di corruzione, come quando Martí, dopo aver ascoltato l’annessionista
José Ignacio Rodríguez, lo cacciò dal suo ufficio.
Non c’erano dubbi sulla posizione del giornalista di consolidata
fama riguardo all’espansionismo nordamericano, che aveva già
trattato in centinaia di pagine, in cui si era opposto all politica di
Blaine.
La missione affidata dal governo dell’Uruguay a Martí era
una dimostrazione di fiducia per la riconosciuta capacità di un
cubano, che già aveva difeso i suoi interessi pubblici per quattro
anni. Benché esistessero punti di vista molto simili, il governo
dell’Uruguay aveva come socio commerciale principale l’Inghilterra,
in un periodo in cui iniziavano a manifestarsi le contraddizioni tra questo
paese e gli Stati Uniti per l’influenza nel continente americano.
Sulle pagine de La Nación di Buenos Aires, il giornalista Martí
sollevò il velo delle nuove forme di colonizzazione, offrendo profezie
e mettendo in evidenza l’ambizione di politici rapaci. Mise in allerta,
con le sue solite argomentazioni, i paesi latino-americani dal non cadere
nelle mani del loro nemico. Washington non poté eliminare l’ostacolo
e, quasi in modo caloroso, dovette accettare la presenza del delegato
dell’Uruguay, che il 30 maggio 1891, in spagnolo e nell’inglese
tradotto dallo stesso Martí, a nome della commissione che aveva
analizzato le proposte statunitensi espose l’inutilità di
continuare il conclave, anche se già gli Stati Uniti pretendevano
di estendere tali proposte al mondo intero.
Il console ebbe le mani gonfie dal tanto ricercare dati nelle biblioteche
e presso amici. Spedì in Uruguay gli atti della sua difesa, dove
dimostrò il piano inutile del Nord, ormai sempre più manifesto.
In una nota a parte confermò la propria fiducia in quel paese e
dichiarò con umiltà di non volere il rimborso delle spese,
ampiamente superate dall’onore che gli aveva conferito il paese
che senza adulazione poteva considerare il suo.
Di fronte a nuove manovre
del gigante
Con
discrezione e contagiosa allegria, Martí commentò con Gonzalo
de Quesada le proprie vigili osservazioni riguardo i veri interessi dei
paesi americani, “ne siamo usciti con credito e indipendenza”,
affermò. Era soddisfatto perché era stato utile al paese
di Artigas, quel visionario che lottò per conquiste sociali e considerò
la rivoluzione la misura dei suoi successi.
Quando la lotta definitiva, cui dedicò la vita, si stava avvicinando
e non poteva più disperdere il proprio tempo, Martí scrisse
al console generale della Repubblica di Uruguay per rinunciare alla propria
carica diplomatica, che ormai non era più compatibile. Nella lettera
confermò “l’onore ricevuto da un paese glorioso e molto
benevolo con me, che amo come mio e del quale mi considererò sempre
figlio”.
Su Patria, il 28 gennaio 1893, si descrivono accordi americani attorno
a un piano. Si ascoltavano l’accento cubano e quello triste dell’Uruguay.
Pare che questa sinfonia ha attraversato il tempo e si sia depositata
sui disturbi etici del nuovo millennio: quello che conducono a fare a
pezzi un fratello della stessa grande patria.
Insieme al dramma, arrivò anche il gigante delle sette leghe, però
Martí non si rivolta tra le sue ossa piene di luce. E’ anche
lui sul campo di battaglia insieme all’America che vogliamo amare,
quella dei popoli. Nuove voci reiterano la sua eco negli atti di protesta
contro la rottura della relazioni diplomatiche con Cuba da parte del governo
di Jorge Battle.
Senza lamento e con dignità, lo spirito del console Martí
alza pure il suo cartello di protesta nelle manifestazioni di Montevideo
di questi giorni. La verità non può essere imbavagliata
e con a solidarietà tangibile dei nuovi tempi, reitera la sua opinione
riguardo l’Uruguay: “per la gratitudine e dolcezza del servitore
più affettuoso del paese […] questo è oggi il mio
modo migliore per servirla”.
Tratto da: Granma
Internacional, 1 settembre 2002
(*) Zaino
usato dai mabises nelle operazioni militari, simile ad una grossa
sacca. |